Malapolitica? Puntiamo sui partiti

Del Pennino e Compagna analizzano oltre un secolo di dibattito in tema di rappresentatività

E se ripartissimo dai partiti politici? Ovverosia, da quegli odiosamati aggeggi che, per quasi cinquant’anni di storia repubblicana, fino al dies irae di Mani pulite, avevano costituito, nel bene o nel male, un ponte tra politica e cittadini?
La domanda potrebbe apparire oziosa, una sorta di rigurgito da ubriacatura post elettorale, con un sapore da vecchie cose di pessimo gusto. I dibattiti nelle sezioni e le liturgie congressuali, le correnti e i tesseramenti più o meno gonfiati, i leader e il sottobosco vagamente lombrosiano di sottopancia e capibastone, il mitico Massimiliano Cencelli (segretario del rampante diccì Adolfo Sarti, autore dell’imprescindibile e omonimo manuale per la lottizzazione) e il militante «che ci crede». Il male e il bene, tutto, più o meno, cancellato a suon di manette tra il 1992 e il 1994. Eppure, a ogni tornata elettorale, un poco di nostalgia salta fuori. A vedere quella fila di candidati al Parlamento catapultati nei collegi non si sa bene perché, e oggi addirittura nominati attraverso le liste bloccate (con l’autore vero di tanta nefandezza rimasto fuori per un soffio), viene da pensare che in fondo in fondo, un minimo di legame col territorio, un minimo di selezione di classe dirigente, per quanto balenga, in fondo c’era. Tornare indietro, certo non si può. Ma andare avanti? Risolvere i nodi che hanno impedito al sistema dei partiti, enfaticamente citati dalla Costituzione, di rappresentare l’anello di congiunzione tra cittadini e istituzioni, come capita nei Paesi moderni non è un’impresa disperata. Anche perché i nodi sono stranoti, le possibili ricette, anche.
A scorrere Il principe indisciplinato: l’Italia dei partiti (Rubbettino, pagg. 166, euro 10) la sensazione è proprio questa. Basti pensare che il primo testo citato ha un titolo che è tutto un programma: Marco Minghetti, I partiti politici e l’ingerenza loro nella giustizia e nell’amministrazione. Sembra fresco di stampa, in realtà è del 1881. Gli autori Antonio Del Pennino e Luigi Compagna (e il prefatore Augusto Barbera) accumulano sulle loro spalle parecchie legislature e hanno da sempre posto il problema del partito politico italiano al centro delle loro riflessioni. Perché se «il partito deve essere la sede “istituzionale” in cui i cittadini si ritrovano per concorrere a determinare gli indirizzi e le scelte della comunità», è ben vero che «per riportare i cittadini alla politica occorre offrire loro sedi di dibattito trasparente, garantite, in cui ognuno possa vedere valorizzato il proprio contributo».
Del Pennino e Compagna ci portano a spasso per la storia, illustrano con asciuttezza più di un secolo di dibattito, citano Luigi Sturzo e Palmiro Togliatti, Antonio Gramsci e la Costituente. I corsi e i ricorsi consentono di individuare tre perni, tre grovigli irrisolti. Il partito politico è citato dalla Costituzione, percepisce contributi pubblici ma non è riconosciuto giuridicamente. Il che non garantisce gli associati, impedisce di fatto la trasparenza dei bilanci, rende, ora più di allora, casuale la selezione della classe dirigente. La ricetta, per Del Pennino e Compagna, autori della proposta di legge posta in appendice al volume e rimasta lettera morta nella precedente legislatura, passa innanzitutto dal riconoscimento giuridico, che vincola gli statuti al principio democratico, affronta di petto il problema del finanziamento (riducendo la parte pubblica e ampliando la possibilità di donazioni private, di cui verrebbe alzato il tetto per la deducibilità fiscale) e regolamenta le elezioni primarie, forse la vera chiave per ricostruire un rapporto migliore tra politica e cittadini.
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