Malati immaginari e forzati della farmacia Ora per voi è finita!

E ti pareva. Inventano la «polipillola», il farmaco invocato da milioni (miliardi?) di ipocondriaci - i malati immaginari, incurabili - e da altrettanti sofferenti di acciacchi e acciacchetti, e le case farmaceutiche fanno muro rifiutando di commercializzarlo. Avranno le loro buone ragioni, ci mancherebbe, ma intanto niente «polipillola» in farmacia. Idea geniale quella di mettere insieme aspirina, statina, diuretico, betabloccante (il feticcio dell’ipocondriaco) e Ace, che non so cosa sia ma certo fa un gran bene. Personalmente cerco di tenermi più lontano possibile dai farmaci, ma ho amici che quando ci si mette a tavola allineano una mezza dozzina di pasticche - la gialla, la bianca, quella lunga, quella tonda - e seguendo una puntigliosa liturgia le ingoiano una via l’altra con espressione contrita e sofferente, da malato grave, mentre stanno benone e delle loro pillole ne fanno uno status simbol. Più ne assumono più son contenti. Altri, meglio attrezzati, ricorrono a certi contenitori divisi in settori e sottosettori. Zeppi di compresse, che costituiscono la razione settimanale già suddivisa per i vari giorni, dal lunedì alla domenica perché l’ipocondriaco non concede weekend alle proprie fissazioni. Be’, per gente così la «polipillola» sarebbe una mano santa e, come potete leggere nel servizio della nostra Erica Orsini, a quanto affermano i ricercatori dell'università di Manchester e di Bangalore, parrebbe una mano santa anche per chi qualche disturbo ce l'ha davvero.
C'è però da dire che se mai l’idea della «polipillola» si dovesse affermare se ne vedrebbero delle belle. Eccitanti e tranquillanti, sonniferi e svegliferi potrebbero venir frullati per fornire al paziente il giusto cocktail farmacologico. Fastidiose affezioni, mettiamo il raffreddore, potrebbero trovar rimedio in una «polipillola» che contempli anche il Viagra, così mentre si placa lo starnuto si rinfocola qualcos’altro e non si perde tempo nel decorso. E i medici di base? Coi loro prontuari che, per dimensione, paiono elenchi telefonici? Basterebbe un foglietto che elenchi quelle dieci-dodici «polipillole» e il cliente sarebbe servito. Pazienza se insieme alla sciatica si curerà la colite, se per abbassare il colesterolo dovrà alzare la transaminasi, se per debellare il mal di denti darà al contempo una sistemata ai globuli bianchi: quando qualcosa è «poli» non si può star lì a fare i sofistici. O tutto o niente.
Ma il colpo grosso - ed è un’idea di quelle che ti fanno ricco da un giorno all’altro, sempre che non salti in mente di affidare il conquibus a un Bernie Madoff - è la «polipillola» placebo. Composta di soli eccipienti (quelli ai quali, nei bugiardini, segue un: «quanto basta»), andrebbe a ruba. Altro che Prozac, gli ipocondriaci ne farebbero indigestione per annunciare poi ai quattro venti la scomparsa di tutti i dolorini, di tutti quegli sconfinamenti alla norma che amareggiano i forzati delle analisi, dei famigerati «prelievi». Una «polipillola» di tal fatta avrebbe anche un alto valore sociale. Consentirebbe di placare le ansie e le smanie dei malati immaginari tenendoli lontani dai banconi del farmacista e dalle sale d’attesa delle Asl, dando così modo ai ricercatori, ai medici e alle case farmaceutiche di occuparsi, con calma, di chi sventuratamente è ammalato sul serio. E al quale, magari, basterebbe una buona, vecchia e cara «monopillola» per sentirsi meglio.