Il «Malato immaginario» è un balletto

Viviana Persiani

Senza tradimenti, né vivisezioni, lungi dal voler riscrivere il teatro classico, senza la pretesa di reinterpretare testi che rappresentano le colonne portanti dei palcoscenici moderni, Quelli di Grock, da qualche anno a questa parte, hanno deciso di dialogare con i grandi drammaturghi della tradizione teatrale.
Dopo La bottega del caffè di Goldoni, non ultimo il lavoro shakespeariano Molto rumore per nulla, per citare solo alcune messinscene firmate dal gruppo milanese, Quelli di Grock siglano l’allestimento del Malato immaginario di Molière in scena al Teatro Leonardo fino al 7 maggio. Diretto da Claudio Intrepido in collaborazione con Valeria Cavalli che si è occupata anche della traduzione, lo spettacolo rende omaggio al testo originale pur concedendosi degli slanci di inventiva. «Si tratta di una produzione dello scorso anno - racconta Intrepido - che ha riscosso un enorme successo».
Vista la vostra tradizione legata alla clownerie, al mimo e ad altri linguaggi, come presentate il testo?
«Molière ha scritto una commedia-balletto alla quale abbiamo mantenuto fede. Certo, gli intermezzi musicali che l’autore aveva inserito per intrattenere la Corte sono stati omessi; prestiamo attenzione soprattutto all’universo dei personaggi che gravita attorno alla figura di Argante, questo uomo ipocondriaco, o forse malato seriamente».
Come viene dipinto Argante?
«È un personaggio ironico, che ha paura della morte e teme la malattia. Insomma, una figura senza tempo».
Parliamo delle altre figure.
«La serva, il fratello, il medico, la figlia, tutti i personaggi che entrano ed escono dalla scena, rappresentano una realtà grottesca; un mondo frivolo che noi abbiamo ricreato con vistosità e con molto colore. Questa è la dimensione che si contrappone nettamente allo squallore del malato immaginario».
Ma qual è l’universo reale?
«Attorno ad Argante si muovono persone falsamente irreali, che cercano di aprire gli occhi al malato immaginario».
Dove si vede l’impronta della Compagnia?
«Il dialogo tra Argante e il fratello, che l’autore ha collocato alla fine della storia, è stato posto da noi all’inizio del secondo atto; come una sorta di prologo, questa conversazione che svela il senso della commedia è importante per un’immediata comprensione. Inoltre, il fratello Baraldo che cerca disperatamente di convincere Argante della frequente inutilità della medicina, diventa monsieur Partout. Interpretato dal cantante lirico Lorenzo Castelluccio è un personaggio che prende per mano il pubblico e lo porta a spasso e attraverso le sonorità e le melodie, compie una funzione di raccordo tra i protagonisti e la platea. Senza dimenticare la serva di colore, alla quale Max Zatta dà voce».
Alla maniera di Quelli di Grock?
«Potrebbe apparire come una sorta di piccolo musical, o ancora un cabaret musicale; o addirittura potrebbe ricordare una messinscena circense, un po’ da Moulin Rouge. Rispettando l’autore e le sue intenzioni, ci siamo attenuti a una storia divertente, mantenendo intatta anche la semplicità di un linguaggio carico di significati».