Malesia, capo dell'opposizione a processo per sodomia

Fu condannato per lo stesso reato - pagandolo con il carcere - quando era il «delfino» di Mahathir Mohamad, l'autoritario premier che trasformò la Malesia in una delle «tigri asiatiche». Ora che è a capo dell'opposizione, Anwar Ibrahim torna alla sbarra, di nuovo con l'accusa di sodomia

Fu condannato per lo stesso reato - pagandolo con il carcere - quando era lo scomodo «delfino» di Mahathir Mohamad, l'autoritario premier che trasformò la Malaysia in una delle «tigri asiatiche». Ora che è a capo dell'opposizione, Anwar Ibrahim torna alla sbarra, di nuovo con l'accusa di sodomia. E come nel precedente caso, temono gli analisti e le organizzazioni per i diritti umani, il processo nei suoi confronti appare «politico»: un tentativo di eliminare dalla scena l'alternativa multirazziale che - per la prima volta dall'indipendenza - potrebbe spodestare dal governo l'Umno, il partito espressione della maggioranza musulmana malay. Anwar, 62 anni e sposato con sei figli, è stato accusato da un suo giovane collaboratore nell'estate 2008, pochi mesi dopo le elezioni in cui la sua coalizione - pur sconfitta - conquistò decine di seggi a danni dell'Umno, facendo poi prospettare un ribaltone parlamentare. L'allora primo ministro Abdullah Badawi, segnato dalla debacle, lasciò il posto al suo vice Najib Razak. Nel frattempo, il procedimento è però andato avanti. Nuovi dettagli hanno alimentato i sospetti di parzialità: Najib, ad esempio, ha ammesso di essere stato consultato dall'accusatore prima che egli sporgesse denuncia. Dopo una lunga battaglia legale tra le richieste della difesa e vari ostacoli posti dall'Alta Corte, il processo inizierà domani a Kuala Lumpur. Anwar rischia fino a 20 anni di carcere, e quindi la fine di una carriera politica che dallo scorso decennio è stata improntata alla protesta contro il sistema. Le condanne per corruzione e per sodomia arrivarono nel momento in cui l'ex vicepremier contestava il malaffare del governo Mahathir, e la sua gestione della crisi economica del 1998. Scarcerato nel 2004 dopo sei anni di carcere, in seguito al rovesciamento del secondo verdetto da parte della Corte Federale, Anwar - figlio di una malay e di un indiano musulmano - ha poi incarnato il diffuso desiderio di riforma dei malaysiani, riunendo un'opposizione tradizionalmente litigiosa e incapace di minacciare il blocco dell'Umno. In un Paese la cui Costituzione assegna ai malay (60 percento della popolazione) facilitazioni economiche e posti riservati nell'istruzione pubblica, Anwar ha portato dalla sua parte i malay giovani, le minoranze cinesi e indiane, nonchè il partito islamico Pas, moderandone gli eccessi. Il governo Najib, già criticato per l'ambivalente atteggiamento tenuto sulla contesa relativa all'uso della parola «Allah» da parte dei cristiani, teme che l'opposizione possa rosicchiare consensi anche tra la maggioranza malay, in vista delle elezioni da tenersi entro il 2013. Timori di interferenze politiche nel processo ad Anwar - che nel suo primo processo comparve in aula con un occhio pesto, dopo un interrogatorio - sono stati espressi da Amnesty International ma anche da Washington, già ai tempi dell'amministrazione Clinton. Oggi, dopo i recenti atti vandalici contro le chiese cristiane e altri episodi che evidenziano la diffusione di un Islam più conservatore in Malaysia, il caso Anwar rischia di aumentare la tensione tra le diverse comunità. E mentre il Paese sembra aver smarrito il dinamismo degli ultimi vent'anni - nel 2009 gli investimenti stranieri sono crollati - questa ulteriore minaccia di instabilità non giova di certo al suo rilancio.