Malcontento dei militari: l’Unione ci ha lasciati soli così corriamo dei rischi

Gerarchie scavalcate, rinforzi negati, conferenze stampa cancellate. E gli ufficiali sono obbligati ad apparire «buonisti»

Andrea Nativi

Serpeggia un crescente malcontento tra le Forze Armate italiane a causa degli atteggiamenti della maggioranza e del governo a proposito delle missioni internazionali che vedono quotidianamente impegnati in teatri difficili e pericolosi migliaia dei nostri militari.
Pur di evitare di urtare le suscettibilità dell’ultrasinistra, il governo ha imposto ai militari l'obbligo di tenere un profilo estremamente basso. Persino una innocua conferenza stampa per la partenza delle navi italiane verso il mare arabico può dar fastidio e allora la si cancella. E se qualche alto ufficiale non può evitare di parlare in pubblico, deve assolutamente essere buonista, trasformarsi in un operatore di pace che, purtroppo, va in giro armato.
Questa ipocrisia viene sempre più vissuta come fastidio. Sembra quasi che l'Italia e i suoi soldati si debbano vergognare della partecipazione a missioni di ricostruzione e stabilizzazione o contro il terrorismo che sono benedette da Onu, Nato, Unione Europea. Alcuni ricordano che nel 1999, quando l'Italia partecipò in ambito Nato ai bombardamenti sul Kosovo e sulla Serbia (non solo sul Kosovo, come qualcuno ancora oggi si ostina a dire) era stata imposta sì la consegna del silenzio, ma almeno le operazioni si facevano, eccome. Oggi neanche questo.
E non parliamo poi di come vengono accolte dai tecnici in divisa le discussioni sulla composizione dei contingenti, sulla assegnazione di mezzi e sistemi d’arma: in qualunque Paese, una volta stabilita la natura della missione, il compito assegnato e la consistenza di massima dello sforzo, gli aspetti tecnici sono delegati ai militari. Da noi no.
Esemplare il caso del previsto schieramento di cacciabombardieri Amx in supporto del contingente in Afghanistan o della decisione di inviare una formazione navale composta da un rifornitore di squadra/nave comando e da un piccolo pattugliatore in sostituzione di una fregata. Pur di ottenere un risultato politico interno si è pronti a sacrificare la sicurezza dei contingenti e il ruolo ottenuto nei contesti internazionali.
Quando poi un ufficiale ha suggerito l'opportunità di rinforzare un poco le forze in Afghanistan con alcuni elicotteri ed un paio di compagnie non è stato degnato di considerazione. Da allora sono passate solo poche settimane e un generale inglese, alla guida delle forze britanniche nello stesso teatro, vista la situazione difficile a causa delle attività della guerriglia, ha chiesto a Londra un immediato potenziamento delle sue forze: è stato accontentato nel giro di una settimana. Immaginatevi l’effetto sui nostri soldati.
Di norma sono i comandanti in teatro e la catena gerarchica militare a valutare se e cosa serva per svolgere la missione contenendo i rischi. Quando questo non accade, come si è verificato per gli Usa in Irak, sono guai.
Diversi militari italiani temono quindi che di questo passo finiranno per trovarsi impegnati in zone destabilizzate con uomini, mezzi, armamenti e regole di ingaggio insufficienti e inadeguati. Una prospettiva davvero pericolosa.