Il maldestro autoelogio di Parente

C'è un trucco per stabilire a colpo sicuro se una persona è in pace con se stessa e con il mondo. Basta controllare quante volte dice no in un minuto, la frequenza dei ma, l'inclinazione ad iniziare le frasi con un non. Nel caso dell'ultimo romanzo di Massimiliano Parente, recentemente approdato alla Bompiani, a far squillare l'allarme provvede già il titolo: Contronatura (pagg. 516, euro 19). Per il momento sospendiamo il giudizio, e giriamo il volume: sotto una superficie complimentosa, il risvolto di copertina è in realtà un'apoteosi della riserva mentale. Vediamo un po'. Giordano Bruno Guerri sarebbe disposto a considerare il Nostro «uno scrittore fra i più interessanti degli ultimi anni», ma esordisce dubitando: «Scandaloso o no che sia...» Segue l'opinione di Filippo La Porta, che accumula tre negazioni in una sola frase: «Una scrittura incontinente, realistico-visionaria, dalle inesauribili risorse. Si potrebbe dire che non rispetta il lettore (come del resto molti grandi novecenteschi)». Conclude la sequenza degli estimatori Antonio Moresco, il quale prende il coraggio a quattro mani ed esclama chiaro e tondo che la sua approvazione non supera il 50 per cento: «Se ne parlassi, dovrei parlarne benissimo e malissimo nello stesso tempo».
L’autore, che si cimenta in un tentativo postmoderno dove le trame sono mille e si intrecciano in modo confuso, autodefinisce il suo lavoro come «fondamentale romanzo della letteratura occidentale». Solo che a questo punto sorge un sospetto: che tutti questi cornetti scaramantici cuciti sopra e dentro la giacca - e abbiamo dimenticato i tre numi tutelari convocati a pagina uno: Leopardi, Beckett e Dostoevskij - siano in fondo meno efficaci di un volume non pittato che se ne va nudo per il mondo, di un romanzo che si lascia leggere senza troppi salamelecchi in esergo, ed infine di uno scrittore talmente sicuro di sé da lasciare che siano gli altri, semmai, a consegnarlo alla Storia.