Maldini: "Il calcio cambia Io rimango lo stesso"

Da Udine a Udine. Paolo torna dove esordì esattamente 23 anni fa: "Voglio chiudere con la finale di Mosca. Il mio erede? In Italia non c’è ancora". Intanto serpeggia il totonomine per la fascia da capitano

Milano - Caro Maldini, domenica a Udine lei festeggia 23 anni di calcio. Cosa ricorda del famoso debutto?
"Il modo giusto col quale Liedholm preparò l’evento: riuscì a non farmi sentire alcuna pressione e a insegnarmi molti segreti del vivere sano il calcio".
Che legame c’è tra Liddas e Ancelotti?
"Nutro lo stesso tipo di affetto. Carlo è stato prima giocatore di mio padre, poi mio leale avversario, quindi mio compagno di squadra e infine allenatore. Tra lui e Liedholm esce fuori la figura dell’allenatore ideale".
Com’è cambiato nel frattempo il calcio italiano?
"È cambiato quasi tutto: l’esposizione mediatica del calcio, del calciatore, la preparazione fisica più simile a quella di sport americani. È cambiato anche il Milan: da squadra nobile è diventato il club più forte al mondo".
E Paolo Maldini?

"La passione per il mio lavoro è rimasta la stessa. Vengo tutti i giorni volentieri a Milanello, mi mancherà questo posto e lo spazio verde. Non sopporto le chiacchiere dell’ambiente".
Per giocare ha accettato anche di rifare il terzino...
"Per la prima volta, quest’anno, non ho avuto il posto garantito. Negli ultimi sei mesi, ho sofferto per tornare a giocare: mi sono operato, mi sono allenato, ho fatto una fatica del diavolo per giocare da terzino. Tra me e Ancelotti non ci sarà mai astio".
Eppure Seedorf s’è lamentato dello spostamento a centrocampo...
"Clarence sa benissimo che bisogna adattarsi, qualcuno deve sacrificarsi".
Gilardino medita di fuggire: che gli accade?
"Chi viene al Milan sa benissimo che la concorrenza è l’anima del calcio che conta. Noi siamo contenti di lui, i suoi numeri sono positivi".
Qualche tecnico considerò suo fratello Piercesare più dotato di Paolo: cosa occorre per sfondare?
"In quel caso ci furono semplificazioni giornalistiche. Chi ha talento può giocare ad alto livello 1 o 2 anni al massimo. Per resistere sulla breccia occorrono altre qualità: volontà, ideali, doti morali. Sono queste le virtù che trasformano un giocatore forte in un campione".
Il presidente Berlusconi ha detto che deciderà lei cosa fare domani. Le interessa la carriera Uefa?
"Il Milan mi ha dato tanto, sarebbe bello continuare a lavorare per il club con cui ho vinto tutto. Ogni giorno mi arriva qualche proposta ma nessuna dall’Uefa. Io so di calcio, non di politica. E vorrei restare a Milano".
Roberto Mancini ha visto il figlio debuttare in coppa Italia. Non è tentato di fare l’allenatore per assistere alla stessa scena?
"No, non farò l’allenatore. Ma se mio figlio dovesse debuttare, sarò in tribuna".
Ha mai pensato di lasciare il Milan?
"Mai, nemmeno nei momenti critici che pure ho vissuto lungo vent’anni di trionfi. Ho avuto qualche contrasto ma non s’è mai rotto l’incantesimo. Il Milan è la squadra della mia città, la squadra dove mio padre ha fatto il capitano, dove mio figlio comincia a giocare. Se avessi avuto un futuro diverso dal Milan, lo avrei immaginato in Spagna".
C’è stato qualche rivale che le ha fatto perdere la testa?
"Una volta accadde nel bergamasco con Sacchi allenatore. Lavoravamo da matti in settimana e durante la partita dei ragazzini ci tirarono scemi. Chi come me ha sfidato Maradona non può pensare a un altro".
Ha qualche rimpianto da confessare?
"Sarei ingeneroso col destino se ne coltivassi qualcuno. Ho perso qualche treno con la Nazionale, dove pure sono riuscito a giocare finali di mondiale ed europeo, sfiorando il grande successo. Ho collezionato qualche amarezza e niente più".
In giro c’è qualche Maldini da segnalare?
"A dire il vero, no. Di difensori italiani che crescono e promettono, purtroppo non ce ne sono. Il numero uno in circolazione, al momento, è Sergio Ramos del Real Madrid capace di giocare in più ruoli".
Perchè ripete di voler chiudere la carriera a Mosca?
"Perchè sognare aiuta a realizzare i sogni, come dimostrano i precedenti miei e del Milan".
Fascia da capitano: a chi la lascia?
"Sarà deciso, democraticamente, dallo spogliatoio. Ne abbiamo parlato in Giappone".
Sarà mai più possibile cominciare e finire la carriera in una sola squadra?
"Totti l’ha fatto, Nesta l’avrebbe fatto senza i problemi della Lazio. Spero che adesso capiti a Pato".