Maldini e Gattuso choc «Ragazzi, forse lascio» «E io forse vado via»

Il capitano preoccupato dagli acciacchi: «Più gioco, peggio è. Valuterò mese per mese». Ringhio stordito da Istanbul, deluso dalla panchina di Ascoli: «Sono andato fuori di testa, ora farò le mie scelte»

Franco Ordine

Forse è solo una coincidenza. Una coincidenza inquietante. Oppure una striscia di indizi che, messi in fila uno dietro l’altro, confezionano la prova-regina: il Milan ha già il mal di pancia. Se non può bastare quel pubblico e franco chiarimento tra Ancelotti e Sheva, maturato a meno di una settimana dall’inizio del raduno, l’intervento a cuore aperto di Paolo Maldini, e - da Coverciano - le confessioni di Rino Gattuso denunciano un malessere più complesso, più sottile. Chissà se è merito esclusivo di quel gol di Cudini, o del diluvio universale di Ascoli, chissà se è il timore nello scoprire l’Ancelotti in difficoltà o il Galliani furioso. C’è e bisogna monitorarlo.
La presenza di Paolo Maldini, dietro i microfoni di Milanello, non è casuale. È come se volesse chiarire, fare il punto, parlando chiaro a se stesso oltre che al Milan. «Adesso le mie condizioni sono migliorate, è un problema che conosco bene» avverte ed è come se volesse tranquillizzare il popolo dei tifosi. E invece no. «Sono preoccupato il giusto, più gioco e peggio è. Pensavo che, dopo un mese e mezzo di vacanze, la condizione generale migliorasse e invece no, è stato peggio di un anno fa. Il vero problema è che finché lavoro sul fisico, va tutto a gonfie vele: appena passo al lavoro tecnico col pallone, sono dolori. E a me piace stare sul campo, giocare, lavorare col pallone» la spiegazione didascalica, autentico avviso ai naviganti.
Di qui l’inevitabile conclusione: Paolo Maldini assalito dalla voglia di smettere, vinto dagli acciacchi, dai dolori, anche dalla necessità di non potersi spendere come al solito, ma di fare calcoli, questa la gioco, questa no. «Non mi era mai capitato di saltare il pre-campionato, quest’anno invece dovrò valutare mese dopo mese. E se penso al futuro, mi vedo piuttosto come Baresi, lascio quando non ce la faccio più invece che pensare a presenze in panchina come Costacurta», il chiarimento assoluto che vale come una specie di testamento. Se devo chiudere, meglio farlo ora, a 37 anni compiuti a giugno, con tutti gli onori, senza trascinarmi, nonostante un contratto più lungo, in scadenza nel 2007.
Questo è il Maldini privato, clinico. Poi c’è il resto. A cominciare dal diluvio di Ascoli, «partita nemmeno da iniziare per rispetto di calciatori e pubblico, l’arbitro deve tutelare il calcio, visto che il regolamento è cambiato e si ricomincia dall’interruzione con lo stesso risultato. Anch’io ho pensato alla presa in giro quando De Santis ha scelto gli unici due punti dove la palla rimbalzava» la sua stoccata. Per finire al dibattito sulla difesa finita dietro la sbarra. «Ad Ascoli il gol di Cudini è nato da un errore nella fase difensiva, non della difesa, c’era un altro rossonero coinvolto (Gilardino, ndr). Comprare un difensore non serve, capisco se ci fosse in circolazione un vero talento ma così non è, ci vorrebbe uno pronto». Bello lo spunto sul rapporto Berlusconi-Ancelotti: «Chi allena il Milan sa di dover affrontare pressioni, una storia ingombrante e un presidente impegnativo oltre che importante. Non mi sembra ci sia niente di nuovo». Chiusura con Boban e l’effetto della sua lettera al premier. «Zorro è sempre stato uno spirito libero, pensava di far bene all’ambiente». Insomma, Maldini non l’ha presa male.
Da Milanello a Coverciano, il passo è breve ma la sensazione è la stessa. E così Gattuso passa da franche ammissioni a qualche soprassalto di orgoglio. «Ho sbagliato tutto in due mesi di allenamenti, ero fuori di testa dopo Istanbul, ne ho parlato con Ancelotti e ho capito dove ho sbagliato dopo aver pensato di cambiare aria. Adesso si volta pagina, musica diversa alla ripresa» promette prima di ricordare che non può lamentarsi per una panchina, «ci vanno Del Piero e Cassano, posso andarci io», senza nascondersi però le sofferenze e che, in caso di altre delusioni, potrebbe trarre valutazioni diverse. «A 27 anni mi sento pieno di forze. Ancelotti fa le sue scelte. Io, poi, faccio le mie. Ad Ascoli mi ha fatto scaldare per 45 minuti sotto la pioggia, e non mi ha fatto entrare», manda a dire. «Ad Ascoli capitano era Ambrosini, io sarei quello del futuro ma se penso ai miei predecessori mi vengono i brividi, bisogna essere da 10 e lode e non mi sento all’altezza», racconta il guerriero di Milanello e della Nazionale. Sembra assalito pure lui, come Maldini, come Galliani, da brutti pensieri, poi ricacciati indietro perchè di questi tempi nessuno può farsi vincere da un mal di pancia. «Perchè il Milan è unico e prima di lasciarlo ci pensi mille volte» confida alla fine. Ma la verità è una sola e riaffiora puntualmente quando se ne parla. Istanbul, naturalmente. «Bisogna essere bionici per superare quella sconfitta» ammette. Ecco. Da domani ci vuole un Milan bionico. Che guarisca il ginocchio di Maldini e lenisca le ferite dell’animo a Gattuso. È una parola.