Maldini: «La rimonta è quasi impossibile»

La sconfitta decreta la fine del modulo a una sola punta

da Milano
«Un accanimento assoluto». Silvio Berlusconi il mattino dopo il derby della rimonta accarezzata non sembra sfiorato dal dubbio. E disegna, dinanzi ai cronisti che lo seguono nel suo viaggio da leader della Cdl, uno scenario che prende lo spunto dalle vicende dell’arbitrato («Vedo qui degli interisti, è facile vincere quando a Palazzo Chigi c’è chi non ci dà dei punti») per concludersi dinanzi a ripetuti torti arbitrali subiti nella stagione, da Milan-Lazio in avanti, secondo una striscia che tira dentro anche i rilievi tardivi relativi al gol di Materazzi del 4 a 1 (fallo su Kaladze prima di colpire la palla). Fin dall’intervallo del derby, anche Clarence Seedorf è sintonizzato con il presidente del club e chiamato a ricostruire, dinanzi alle telecamere di Sky ieri sera, il siparietto avvenuto nel sottopassaggio (lui che si ferma a parlare con Farina e a chiedere eguale trattamento sui falli, l’arbitro che lo scaccia via e lui che lo incalza: «Vorrai ammonirci tutti, vorrai ammonirmi perché chiedo di parlare?»), non ha paura delle parole e neanche delle opinioni taglienti. «Nel primo tempo c’è stata troppa disparità di giudizio nei confronti del Milan» osserva l’olandese che pure non è uno da caccia alle streghe. E come lui, forse in modo ancora più esplicito di lui, commenta e censura Ruud Gullit che fu stella del Milan di Sacchi e Capello e che ora di mestiere fa l’allenatore. «È vero, quelli dell’Inter sono stati furbi, hanno risposto a ogni tentativo milanista di pressing restando a terra» è la sua opinione che chiude il cerchio e segnala una sensibilità collettiva a Milanello sull’argomento che non proviene dal derby, naturalmente, ma viene da molto lontano, dai rigori non concessi (Livorno e Chievo), dai gol buoni annullati (Lazio e Siena).
Ma il Milan ridimensionato dal derby, precipitato a meno 14 dalla testa della classifica e dall’Inter, non può finire così. Neanche se ascolta le parole impietose di un altro vecchio sodale, Frank Rijkaard che parla di ciclo concluso, finito, oppure se si lascia orientare dal realismo di Paolo Maldini, capitano e portavoce del gruppo il quale definisce «quasi impossibile pensare a una rimonta», al recupero delle attuali posizioni. Non è una resa ma quasi. La realtà allora è che in questo confronto con la nuova razza padrona del torneo (secondo consecutivo perso con le prime della classe, non è un caso) sono venuti al pettine tutti i nodi del Milan. «A cominciare dal fatto che i cinque mondialisti han fatto poche vacanze» continuano a segnalare da via Turati riferendosi al fatto che Pirlo, Gattuso, Inzaghi e Gilardino (Nesta era fuori per infortunio) furono precettati dopo 12 giorni di sole per salvare la partecipazione alla Champions league messa a repentaglio dal turno preliminare con la Stella Rossa. Di qui le conseguenze: calcio-mercato discutibile e all’insegna del risparmio, preparazione improvvisata, poco turn-over per via di una serie di infortuni concentrati a centrocampo, gli errori nello schieramento effettuati da Ancelotti il sabato mattina del derby. Carletto, che è persona adorabile, da troppo tempo continua a considerare il disegno tattico dell’albero di Natale come una specie di amuleto per uscire dalle curve più insidiose, sfide delicate, rivali di un certo spessore. L’esito del primo tempo nel derby ha decretato la morte effettiva del modulo che non è mai piaciuto a Silvio Berlusconi: non porta neanche bene. E valorizzato lo schema tradizionale del quale, per la presenza di una stella come Kakà, il Milan è in qualche modo prigioniero. «Dai 30 minuti conclusivi del derby dobbiamo ricominciare» è la frase civetta che Ancelotti ha distribuito ieri mattina a Milanello, parlando a lungo con Gilardino che molti considerano recuperato. «Spero sia la famosa scintilla di cui parlavano tutti» è l’opinione dell’interessato che si è giovato nell’occasione oltre che dello spazio vitale e dell’assenza di Inzaghi, anche del fatto d’aver impiegato nella sua performance la cattiveria reclamata.