Maldini ritrova Patrick: «Serviva pazienza»

«Il Milan non l’ha aspettato, ma nemmeno lui. Ibra come Van Basten, a livello tecnico. Il Bayern ci ha fatto vedere l’altra faccia della Signora»

nostro inviato a Milanello
Guardare Milan-Juventus con gli occhi di Paolo Maldini, il capitano di lunghissimo corso rossonero, è un piacere unico. È come spiare dal buco della serratura una grande sfida senza incorrere in errori od omissioni. Serve a misurare la temperatura di Milanello e a indovinare, per esempio, che tempo promette il nuovo duello tricolore. «Sarà una partita fisica, sicuramente fisica e poi anche tecnica perché sono tanti i giocatori di classe nei due fronti» è il suo pronostico nemmeno azzardato o ardito, quasi quasi banale e che tiene conto di tutto, di caratteristiche e moduli tattici. Di sicuro guardare Milan-Juventus con gli occhi di Paolo Maldini serve a spazzar via il prato di San Siro da qualche ruggine e diciamo anche da qualche ricordo amarognolo. «Ho messo da parte Istanbul, figurarsi se ho ancora un rospo in gola per quell’insuccesso dell’8 maggio col quale la Juve ci ha portato via lo scudetto» sostiene Maldini e lo dice col disincanto di chi nel calcio ha molto più vinto che perso, senza lasciarsi violentare dalla vittoria, e perciò alla fine ha un ricordo sbiadito di qualunque cosa accada. Altrimenti come avrebbe trovato la forza di resistere agli anni e agli acciacchi per restare lì, in prima linea, col Milan che si lancia all’inseguimento della Juve di ferro?
Già, la Juve di ferro. «Nel calcio non esistono le squadre imbattibili» ama ripetere il capitano e forse pensa proprio ai precedenti in materia, al Milan dei record di Capello, oppure al grande Milan di Sacchi, capace di stregare l’Europa. «A Monaco, il Bayern ci ha mostrato l’altra faccia della Juve» chiosa senza un solo velo polemico. Semmai coglie l’occasione per riconfermare quel giudizio scappato al suo ex allenatore, il primo maestro nella primavera rossonera, don Fabio appunto, che ha considerato il Milan dei record insuperabile. «E io condivido quel giudizio. E non tanto perché facevo parte del gruppo. Ma perché quella squadra tenne banco per un bel po’ di anni senza mai mollare la presa» puntualizza. Lui, Maldini, il capitano, che intrecciò il suo destino con la danza classica di Van Basten è forse l’unico in grado di stabilire se l’Ibrahimovic è come Marco, il leggendario Marco. «A livello tecnico sottoscrivo, Van Basten resta insuperabile come attaccante, per i numeri dei gol esibiti» è il suo distinguo, così peloso da essere vero, autentico.
Per guardare meglio Milan-Juventus, forse, è il caso d’interrogare il capitano, sugli ultimi arrivati e sul loro rendimento, chiacchierato, discusso, fino ad Empoli. Gilardino, ad esempio. «E chi ha mai avuto dubbi, all’interno della squadra? Nessuno, lo posso garantire. E anzi non ne abbiamo discusso, a testimonianza di una sicurezza sul calibro del calciatore. Solo che passare dal Parma al Milan non è come cambiar casa e qualche prezzo andava pagato» rammenta Paolo il caldo che ne ha viste di sfide, di calciatori alle prime armi, di speranze tradite e di giudizi affrettati. Come quelli sul conto di Vieri, per esempio? «Appena ha cominciato a pensare meno al gol, il gol è venuto. Sembra un caso e invece appare come una conseguenza diretta di quell’atteggiamento più disteso e meno contratto» è la sua visione. Spiazzato, certo, Maldini e il Milan, lo sono stati da quel diabolico di Pippo Inzaghi. «Ci avevano detto cose terribili sul suo conto. E invece eccolo lì, che gioca e che segna. Sono contento per lui e per il Milan. La sorpresa più grande è stato vederlo spuntare a Milanello pronto e allenato, in grado di giocare subito» è il suo riconoscimento pubblico e solenne.
Era successo qualcosa di diverso, di molto diverso, tanti anni fa, col Milan pigliatutto (in Italia) di Capello, e con quel ragazzino di Vieira spedito in Inghilterra a maturare e a trovare un posto da titolare. «A 18 anni può succedere» è l’idea di Paolo Maldini che ha una sua ricostruzione storica di quell’affare. «Bisognava aspettarlo ma bisognava che aspettasse proprio lui il suo turno dietro campioni di prima grandezza che non cedevano il passo e non offrivano sintomi di stanchezza» è la risposta per un interrogativo che ha preso a torturare i rossoneri di ogni età. Chi ha mandato via Vieira? La risposta non c’è. Oppure è condensata in queste piccole cifre. «Sarebbe rimasto lui a giocare 7 partite in tre anni? Io penso di no» chiude Maldini. Perciò stasera, nell’incrociarlo, non è affatto inseguito da mille rimorsi. Semmai dalla voglia di misurarsi con lui e con gli altri marcantoni della Signora.