Maldini rivela: "Stavo per finire alla Juve"

Il capitano milanista alla vigilia della sua ultima
supersfida: "Ai tempi di Farina Francesco Morini ne parlò con mio padre.
Poi arrivò Berlusconi..."

Milanello - Carissimo Paolo Maldini, cosa le suggerisce la parolina Juventus?
«Un episodio di molti anni fa: eravamo nella stagione di passaggio tra Farina e Berlusconi, Francesco Morini, all’epoca ds della Juventus, parlò a mio padre di un possibile trasferimento a Torino».

Ah, però... È stata la Juve il rivale numero uno?
«Juve, Inter, Napoli e per qualche anno la Samp i miei rivali. Certo l’Inter ce l’ho tatuata sulla pelle».

Eppure i tifosi dell’Inter l’hanno salutata con uno striscione dal sapore unico...
«Fu una sorpresa totale. Incontrai un ragazzo della curva prima di entrare nello spogliatoio e mi disse qualcosa: è stato un gesto incredibile, una delle più grandi soddisfazioni a livello umano, della mia carriera».

Pensa di meritarselo?
«Non ho mai creduto alla doppia personalità e al doppio binario: così nella vita, diverso sul campo».

Torniamo alla Juve: se l’aspettava in difficoltà?
«Non immaginavo che facesse così in fretta a salire dalla B recuperando posizioni di classifica. L’ha fatto grazie al coraggio di chi ha scelto di restare anche in B. L’attuale gruppo Juve ha fatto tutto quello che poteva, ha sfruttato l’anno scorso le debolezze del Milan e quest’anno quelle della Roma. Non dimentico un particolare: nel bel mezzo del torneo, sono stati i più vicini all’Inter. Per vincere, questo è il nodo, ci vogliono investimenti importanti».

E da loro Cannavaro arriva tra i fischi...
«Per la scelta precedente non per l’età, né per il rendimento che è in grado di offrire: Fabio è ancora determinante. E spero che con lui non si dia corso allo stucchevole argomento dell’età: ormai non siamo più negli anni ’70 e ’80 quando i calciatori, come Platini, a 31 anni calavano il sipario».

Ranieri colpevole o vittima?
«Io giudico da fuori, non conosco i dettagli: non mi sembra uno da impallinare».

Lei, caro Maldini, come si sente?
«Meglio che negli ultimi tre anni. Lo dimostra il campo, mi pare, uno che non mente mai. Quando incrocio il professor Maertens strabuzza gli occhi dalla sorpresa. Mi sto godendo gli ultimi giorni da calciatore, mi sto preparando all’addio. Dopo 25 anni chiudo senza rimpianti».

Parliamo di Balotelli e del fenomeno che è seguito?
«Chi lo offende lo fa per ferirlo, per ignoranza pura, come succedeva ai tempi di Schillaci: gliene dicevano di tutti i colori, ignoranza collettiva. Però ci vorrebbe anche che qualcuno gli spiegasse come ci si comporta».

A proposito di allenatori, ci dia un aggettivo per ciascuno di loro. Cominciamo da Liedholm...
«Maestro di vita e di calcio. Se non avessi debuttato con lui, che mi disse vai e divertiti, e magari con Sacchi, mi avrebbero tremato le gambe».

Arrigo?
«Innovatore maniacale».

Capello?
«Con lui ho raggiunto la consapevolezza nei miei mezzi. A lui ho dato, giocando a destra per 6 mesi, la prova di essere al servizio del gruppo».

Zaccheroni?
«Coraggioso: con pochi mezzi ha vinto uno scudetto».

Ancelotti?
«Un vero amico, è mio amico. Non fosse stato capace di gestire i rapporti sarebbe uscito presto di scena».

Come finirà?
«Non lo so. Io mi attengo ai fatti: 1) con la squadra ha rapporti eccellenti; 2) è legato alla società da contratto per un anno; 3) per Berlusconi e Galliani è uno di famiglia».

È svanita l’idea di dare l’addio con una partita alla Nazionale?
«Si sono tutti impegnati al massimo, Abete, Albertini, per trovare una data utile, uno spiraglio. Le difficoltà del calendario sono enormi e io sono contrario a fare una partita d’addio. Io chiuderò col mio pubblico il giorno di Milan-Roma».

Quanto tempo passerà per rivedere uno del Milan alzare la Champions league?
«Non lo so. Ma so di sicuro che questo Milan non è da rifondare, come sento dall’89-90. Basterebbero 2-3 rinforzi di livello per tornare a competere col Manchester United. La base è giovane. Vedrete Thiago Silva quanto è forte. Il segreto del Milan è sempre stato questo: un mix giusto tra esperienza e gioventù».

Chi sarà il suo erede?
«Penso a Thiago Silva. Ha bisogno di Favalli al suo fianco, che è un professore di tattica, per crescere: tutti i giorni lo ripeto a Galliani. E penso sia la risposta a tanti luoghi comuni. Adesso nessuno prende atto che la difesa del Milan, senza Nesta, con Kaladze e Bonera a mezzo servizio, è diventata la migliore del torneo e che i due centrali della Roma indicati come eventuali rinforzi hanno preso il doppio dei nostri gol».

Ha rimpianti per quel gol di Adriano di mano?
«No, abbiamo pareggiato partite già vinte e vinto partite già pareggiate. Abbiamo i punti che meritiamo, 15 più dell’anno scorso».

Ronaldinho è stato una delusione?
«È stato decisivo nei primi 6 mesi, poi ha giocato poco e giocando poco ha reso meno. Ma ha voglia e in allenamento non ho notato i difetti che gli venivano addebitati a Barcellona».

Come va con Christian, suo figlio, l’unico che può ereditare la sua maglia numero 3?
«Vediamo insieme le partite in tv e io gli faccio un po’ di scuola. Quando vedo calciatori che restano a terra senza motivo, glielo segnalo: alzarsi subito Christian. Lui ogni 6 mesi cambia modelli di riferimento: l’unico cruccio è che sono tutti attaccanti. Io, ai miei tempi, avevo Cabrini».

Ha sempre l’idea di dedicarsi alla cura del settore giovanile?
«No, ho cambiato idea. Sono pronto ad ascoltare le proposte, mi hanno preannunciato qualcosa Petrucci, Abete».

Cosa le mancherà dal 1º giugno?
«L’odore della fatica».