Male minore per l’Ue

Nessuno si attendeva che facessero di più o di meglio. L’Europa dei Venticinque non era e non poteva essere in questo momento altro che un foro anacronistico, una sorta di Sacra Rappresentazione in gran parte profana. Non poteva cancellare niente degli eventi messi in moto dal referendum francese. Poteva solo adattarsi alla sconfitta con il massimo possibile di dignità. Non tutti i partecipanti hanno saputo farlo, ma qualcuno sì e ha così salvato quello che era possibile della faccia di tutti. È stato il summit più imbarazzato della storia europea «interna» dopo il primo faccia a faccia di mezzo secolo fa in conseguenza di un altro rifiuto di Parigi, la ripudiata ratifica della Ced. La Comunità europea di Difesa, se fosse «passata», avrebbe potuto porre su basi politiche cioè di potenza la costruzione comunitaria, che quel giorno invece fu condannata a battere la strada dell’integrazione economica, in bilico fra due tentazioni: una scorciatoia che riportasse l’accento sulla sovranità e la via più facile anche se infinitamente tortuosa, quella della «zona di libero scambio». Gli europei hanno scelto in genere la seconda, sacrificando il meglio al possibile, gli ideali e le illusioni a una realtà opaca e spesso frustrante. Nel frattempo è cambiato un paio di volte il mondo e dunque anche il nostro continente. Più direttamente, e con una data fissa e un evento potentemente simbolico, nel 1989 con la caduta del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, altrettanto profondamente ma in modo meno palpabile con l’avanzata successiva della globalizzazione, conseguenza fra l’altro del primo evento. Due imperativi ne erano emersi: sopravvivere adattandosi o cercar di cambiare il mondo anche noi, nei limiti delle nostre possibilità. Questa ambizione non è stata appagata, ora lo sappiamo più che mai. Forse era irrealizzabile in sé, certo ha contribuito negativamente il miscuglio confuso di retorica e di burocratismo, l’illusione, soprattutto ma non soltanto francese, di invertire il corso della Storia e creare contrappesi al dominio americano a colpi di comma varati da burocrati, coronati ad una Costituzione con 248 articoli. Tutto questo mentre si imponevano trasformazioni economiche radicali e mentre nel resto del mondo tornavano d’attualità lo strumento bellico e guerre configurabili anche come di religione.
Sullo sfondo di questi eventi i lavori di Bruxelles e soprattutto le giornate che li hanno preceduti hanno contribuito quanto i pronunciamenti negativi degli elettori francesi e olandesi a inquinare il dramma con la confusione e, più di una volta, con il grottesco. Lo scontro tra Francia e Gran Bretagna non è stato saggio ma era prevedibile e, allo stato delle cose, inevitabile. Ma vi si sono aggiunti episodi da dimenticare, fra cui una pubblica «crisi» fra Belgio e Olanda, acutizzata dal paragone del ministro degli Esteri di Bruxelles fra il primo ministro olandese e Harry Potter. Il tutto con la «mediazione», sì, del Lussemburgo. Che tutto sia finito con un rinvio è stato dunque probabilmente il male minore. Ma non è di mali minori che il disegno europeo può vivere a lungo. È saggio raffreddare le polemiche, sarebbe codardo nascondere i contrasti. Guadagnare tempo non significa, evidentemente, perdere tempo. Restano aperte, sul momento, le due strade cui si è accennato sopra, piena ciascuna di bivi insidiosi ma non eludibili. È chiaro che l’Europa dei Venticinque, neonata malata, deve sospendere il suo ulteriore allargamento (al di là dei precisi impegni già presi). La Turchia o l’Ucraina sono in questo momento fuori portata. È altrettanto chiaro che la politica dei dispetti nei confronti dell’America non funziona, per ragioni oggettive che vanno al di là del conflitto iracheno o dello stesso atteggiamento verso la «vecchia Europa» di alcuni ideologi dell’amministrazione Bush. Dopo un «consolidamento» che duri tutto il necessario ma non un giorno di più si debbono prendere nuove, realistiche iniziative. Un rafforzamento militare, per quanto appaia oggi utopistico, resta necessario a medio termine: non lo riconoscono soltanto gli «antiamericani» ma anche gli amici pensosi di Washington che si rendono conto che per essere presi sul serio dobbiamo contribuire di più all’alleanza e, nella misura del possibile, renderci «necessari».
Ma la scelta principale più urgente è quella del modello economico e su questo punto fra i governanti vi è minore discordia di quanto possa apparire o di quanto possano mostrare i gesti emotivi degli elettori. Nessuno, nemmeno Dominique De Villepin (il cui solo nome riassume il tempo della sfida a Washington) pensa che si possa fare concorrenza all’America rifiutando di evolversi nell’unica direzione oggi possibile, cioè «americanizzando» le nostre strutture economiche e produttive. Senza rinnegare le tradizioni europee, anche nella loro diversità dal modello Usa, ma costruendo su questa base pensando al futuro. E riconoscendo, soprattutto, che il futuro, ai ritmi attuali, non è domani l’altro, bensì domani. E forse oggi stesso.

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