Il male non viene solo dai giovani

Giovani che incendiano macchine e motorini, giovani che scaraventano massi dal cavalcavia, altri che cercano di far deragliare i treni. Abbiamo cresciuto una gioventù criminale? Le nuove generazioni sono incapaci di progettarsi positivamente, costruttivamente in questa società?
Andrei piano a mettere sotto accusa un’intera generazione, ci starei attento anche se le cronache sono piene di fatti che mostrano l’aggressività, la violenza dei ragazzi.
Chi ieri ha comprato il Giornale avrà trovato in prima pagina l’ennesima notizia di atti vandalici e omicidi perpetrati da una banda di ragazzotti, ma gli è stato sufficiente voltare pagina per vedere altri volti dei giovani d’oggi, quelli (qualche centinaia di migliaia, non quattro o cinque come a Cassino e poi giù di lì) accorsi a Colonia per la visita di Papa Benedetto. E se poi quello stesso lettore ha continuato a girare le pagine del Giornale, alla sesta avrà visto la fotografia di un giovane (sono migliaia) che sta preparando gli stand per il tradizionale incontro a Rimini di Cl. Dunque, andiamo piano con il criminalizzare una generazione, anche perché quei gesti vandalici e omicidi che riempiono le pagine della cronaca non sono neppure così originali e così nuovi.
Qualcuno ricorderà il celebre romanzo del secolo scorso di André Gide, I segreti del Vaticano, tutto imperniato sul tema dell’«atto gratuito», cioè dell’omicidio fine a se stesso, dell’omicidio di una persona qualsiasi, sconosciuta, per il semplice gesto di uccidere, di compiere un «atto gratuito», però di significato immenso, come appunto quello di sopprimere una vita. Ma Gide riprende un argomento che era di Dostoevsky, che si ritrova nei futuristi, in qualche bellissimo film: chi non ricorda James Dean e la Gioventù bruciata? E La nausea di Sartre?
Per questi giovani criminali non si deve parlare di assenza di valori, ma dell’imperiosa vittoria del nulla su qualsiasi valore di costruzione e di progetto. Un nulla che non rappresenta il vuoto esistenziale, ma che riempie il vuoto esistenziale attraverso l’atto gratuito, attraverso il gesto nichilista supremo che è quello della distruzione dell’altro o di se stesso.
Purtroppo questi stati d’animo esistono, ci sono sempre stati e soprattutto si annidano più frequentemente nelle menti dei giovani. Quelli che hanno lanciato un masso dal cavalcavia si sono sentiti per qualche minuto protagonisti dell’atto gratuito che ha riempito la loro povera esistenza. La stessa cosa accade per i piromani, per i deragliatori. Si deve proibire la notizia per non creare emulazione? I mezzi di comunicazione sono irrilevanti nella diffusione di questo fenomeno che nasce dalla mente, dal suo nichilismo.
Cosa fare? La risposta è sempre la stessa: educare. Il compito di educare è esattamente e brevemente quello di far crescere nell’animo di un adolescente il senso della vita: un senso possibile - non uno unico e assoluto - a cui dedicare le sue energie, per far crescere speranze, aspettative, progetti. Ma qui viene il bello. Chi sono questi educatori e quali sono i contenuti dell’educazione? Ogni società in ogni tempo ha dovuto fronteggiare il nichilismo distruttivo che alberga nei giovani: è una balla colossale che la nostra gioventù sia peggiore di quella di venti, cinquanta, cento, duecento anni fa.
Ritorniamo allora alla domanda su chi sono oggi gli educatori e come educare, ricordando la terza e la sesta pagina del Giornale di ieri, quella dei giovani a Colonia e a Rimini. La religione riesce a dare risposte a chi le chiede, dà speranza nel futuro, sa educare i giovani al senso della vita, sa sottrarli al nulla. Ma dovrebbe esserci spazio anche per un’etica laica, mentre invece è proprio il pensiero laico ad essere in crisi, a non saper motivare i giovani, a non dar loro il senso della speranza, a macinare l’idea del futuro nel tritacarne dell’ideologia scientifica, del progresso come se qui un giovane riuscisse a trovare la risposta al senso della propria vita, in un’opposizione ottusa con la trascendenza, con il mistero della morte e della generazione dell’esistenza. E c’è di peggio. Oltre ad incapaci maestri laici, ci sono anche i cattivi maestri laici: i predicatori del nulla, dello schifo della vita, della sua insensatezza. Questi maestri sono come i cartelli stradali che indicano la strada senza percorrerla. Sono i maestri che quando scrivono libri, quando fanno cosiddetta arte, quando compongono canzoni vogliono premi e vogliono soldi, incuranti del messaggio nichilista che trasmettono, indifferenti al «gesto gratuito» che esaltano.