Il male oscuro di Teheran

Non poteva andare peggio. Non occorre una gran franchezza per partire da questo dato. Ci sarebbe bisogno, invece, di uno straordinario ottimismo per continuare a dirsi convinti che in Iran, dopotutto, non è cambiato niente. È cambiato sì, perché anche il rifiuto totale del «nuovo» può essere una novità, in questo caso importante. Il nuovo aveva nome e volto antichi e nessuno poteva seriamente considerare Alì Akhbar Hashemi Rafsanjani come un «liberale». Un riformista, semmai, ma ben all’interno della tradizione e soprattutto del sistema di potere a Teheran, in una Costituzione teocratica in cui il capo dello Stato, vertice del potere civile, ne governa al massimo mezzo e finisce sempre per essere condizionato dall’altra metà, quella religiosa. Rafsanjani aveva in sostanza cercato, durante la sua presidenza, di conservare più che poteva queste sue prerogative e poi di presentare all’estero un volto un po’ più accettabile dell’Iran. Proprio nelle relazioni internazionali egli godeva di un’autonomia un pochino meno asfittica, insufficiente ma insostituibile nel momento in cui il suo Paese potrebbe essere alla vigilia di un terremoto rovinoso quale un attacco armato da parte dell’America.
Mahmoud Ahmedinejad gli ha portato via il posto con una maggioranza apparentemente così larga da far passare in secondo piano gli eventuali (anzi, sicuri) brogli e da riportare in superficie invece il male più profondo, l’integralismo religioso, e la natura dell’appoggio che esso conserva fra le masse più arretrate, povere e fanatizzate. Ahmedinejad può essere, come sostengono molti insider, un semplice strumento dell’ayatollah più influente, Alì Khamenei, ma è perfino possibile che questa dipendenza gli abbia elettoralmente giovato. Così come il potere personale di sindaco di Teheran. Non è solo in Iran che l’estremismo religioso è radicato al suo massimo nelle grandi città, impoverite e imbarbarite dall’afflusso di milioni e milioni di rurali che nelle moschee e nel sottomondo che le circonda trovano l’unico surrogato di una società abbandonata e di un’altra, quella cosiddetta urbana, decomposta. Sarebbe bene ricordare, ad esempio, che il leader del Partito islamico turco, Tayyip Erdogan, era sindaco di Istanbul e come tale lanciava appelli risonanti come «i minareti sono la punta delle nostre spade». Parlava così in un Paese ancora laico e per questo fu destituito dagli ultimi guardiani di un’altra «ortodossia», quella di Atatürk. Da allora ha cambiato linguaggio e viene presentato come una specie di modello in Europa e in America; da persone che poi si sorprendono se egli proprio in questi giorni compie, da capo del governo, delle sterzate verso il passato. Ma più che un paragone questa è una coincidenza, perché Erdogan e Ahmedinejad appartengono, almeno per ora, a due mondi. Paesi geograficamente confinanti con la Turchia e l’Iran «presidiano» le due più lontane frontiere del pianeta Islam. Il potere a Teheran, anzi, è di coloro che l’hanno conquistato un quarto di secolo fa con una rivoluzione scatenata proprio contro il «kemalismo» nella sua infelice imitazione di Reza Pahlevi, che cercava di coniugare progresso economico, autoritarismo e stretti legami con l’America, nutrendo il tutto di petrolio e di un richiamo nazionalista.
Sappiamo come finì. Almeno dovremmo ricordarcelo: perché le radici delle tensioni e dei conflitti odierni, della «eruzione» dell’integralismo musulmano vanno ricercate lì, nell’Iran sciita di Khomeini, l’uomo che dichiarò l’America il Grande Satana e riuscì ad umiliarla prendendo in ostaggio per centinaia di giorni l’intero suo corpo diplomatico a Teheran. Non è acqua passata. È da allora che l’Iran costituisce, ben più di quanto l’Irak abbia mai potuto diventarlo, il polo principale delle tensioni con l’Occidente. Le famose «armi di distruzione di massa» attribuite a Saddam Hussein in Iran le stanno costruendo davvero e gli ultimatum di Washington non hanno finora sortito risultati accettabili, nonostante l’accorta mediazione europea che vede riconciliati i «falchi» di Londra con le «colombe» di Parigi e di Berlino. Non è neppure una sorpresa che il neoeletto abbia subito fatto sapere che intende «rimettere ordine» negli affari del petrolio «dono di Allah» e si rifiuta di «soggiacere» a ricatti. Se verso una prova di forza si andava, essa diventa più vicina e non più lontana. A dimostrazione che lo strumento elettorale non giova sempre alla causa della democrazia e della ragionevolezza.

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