Il male di vivere L’infelicità di essere uomini

Magro, capelli neri, pelle scura, testa inclinata, la bocca contratta in una smorfia. È il ritratto del melancolico secondo Galeno, medico del II secolo dopo Cristo. Il melancolico: ovvero colui nel quale, tra gli umori corporei, prevale la bile nera (melaina cholé, in greco) che la scienza antica riteneva responsabile degli stati di malessere psichico. Altri chiamavano in causa l’influenza nefasta di Saturno, mentre in età cristiana la malinconia sarà inglobata nel vizio capitale dell’accidia, un’eredità del peccato originale che porta l’uomo a infiacchirsi tra pensieri vaghi e volontà incerte. Sarà così che, attraverso la noia e lo spleen dei romantici e dei decadentisti, si arriverà infine al «male del secolo» (scorso e presente): la depressione. Che però non è il frutto dei tempi moderni ma l’ultimo nome di un mal di vivere millenario. Solo che oggi la società dell’euforia, la civiltà dei consumi e dello spettacolo, impone il quasi dovere dell’allegria. E il depresso è uno scandalo, un intralcio che va rimosso a colpi di pillole e psicoterapie. Questa la tesi del libro di George Minois Storia del mal di vivere. Dalla malinconia alla depressione (edizioni Dedalo, pagg. 346, euro 25): una difesa delle severe ragioni dei depressi contro la tirannia di un edonismo citrullo e contro l’illusione che esista una terapia per il mal di vivere.
Che l’umanità non abbia mai avuto grandi motivi per essere allegra, va da sé. Ma sono i greci i primi a individuare le manifestazioni patologiche di questo senso di infelicità. La malinconia è una malattia che provoca, come già scriveva Ippocrate, il padre della medicina, nel IV secolo a.C., «ansia e abbattimento costanti», «insonnia, irritabilità, agitazione», ma anche calvizie o balbuzie. Fin dall’inizio essa appare come una patologia che può e deve essere curata. I rimedi consigliati a volte sono molto semplici ma di innegabile efficacia: mangiare meglio e fare l’amore più spesso (gli antichi peraltro concordano nel fatto che il malinconico sia per natura un lussurioso).
La malinconia però è anche il segno di una particolare acutezza e sensibilità. «Coloro la cui intelligenza è molto sottile e penetrante scivolano facilmente nella malinconia, poiché agiscono con rapidità e sono fervidi di immaginazione», scriveva Rufo di Efeso, un medico di età romana. Osservazione già contenuta in un trattato attribuito ad Aristotele: «Tutti gli uomini che furono eccezionali in filosofia, in politica, in poesia o nelle arti erano manifestamente malinconici».
C’è dunque una malinconia indotta dalle circostanze esterne, su cui il medico deve intervenire, e una malinconia innata, che è segno di un’indole più acuta. Saturno (Kronos, in greco), il pianeta che secondo gli astrologi governava i malinconici, è del resto capace di produrre apatia e tristezza ma è anche simbolo della contemplazione e della speculazione intellettuale. Per quanto la malinconia non sia sempre appannaggio del saggio: c’è uno stato di ansia, di inquietudine, di fastidio per se stessi che - scrive Seneca - caratterizza molti uomini annoiati. Come quelli che, per distrarsi, passano da una viaggio all’altro, ma senza successo, perché ovunque vadano portano dietro se stessi. E qui la Roma imperiale prefigura già la dimensione del nostro turismo di massa.
Il Medioevo conobbe molti malinconici, da Papa Gregorio Magno fino a Petrarca. L’accidia, versione cristiana della malinconia pagana, allignava soprattutto tra i monaci. San Tommaso la descrive così: «È una tristezza opprimente che produce nell’animo dell’uomo una depressione tale per cui non si ha più voglia di fare nulla». Per certi versi era un male necessario, che si accompagnava allo stato di peccato dell’uomo, ma il buon cristiano era comunque chiamato a combatterlo. Gli umanisti invece recuperano l’idea aristotelica della malinconia come segno di distinzione, pur conoscendone gli effetti dolorosi. Marsilio Ficino si descrive sempre agitato, inquieto: «Riteniamo di poter scacciare la tristezza nascosta nel nostro animo tramite gli svaghi e la frequentazione con altri uomini. Ahimé, ci sbagliamo. Nel bel mezzo dei divertimenti spesso sospiriamo e, alla fine della festa, ce ne andiamo più tristi di come ci eravamo venuti». L’iconografia di Kronos (il dio Saturno, nume dei malinconici) si sovrappone a quella di Chronos (il demone del tempo): la malinconia diventa angoscia del tempo che passa, resa poi quasi tangibile dall’invenzione dell’orologio meccanico. Fioriscono studi come L’anatomia della Malinconia di Robert Burton, pubblicata pochi anni dopo che William Shakespeare ha mandato in scena il suo Amleto, icona di tutti i malinconici. I romantici, i maledetti, i decadentisti cercheranno nelle droghe la consolazione rispetto a un dolore senza nome e senza ragione, battezzato come noia o come spleen. Ma proprio nell’Ottocento, le magnifiche sorti e progressive della nascente civiltà industriale iniziano a produrre la demonizzazione della malinconia. Il medico alienista Brierre de Boismont scrive nel 1856 che ogni tristezza può essere vinta con il lavoro: «La pigrizia è causa frequente di morte volontaria». La malinconia non c’è più. Al suo posto c’è la nevrastenia, una debolezza che va curata e superata da una società operosa. Invano il geniale (e malinconico) Kierkegaard scriverà che «il lavoro può far scomparire l’ozio ma non la noia».
Emile Durkheim, nel suo saggio Il suicidio (1897), sosterrà che una società euforica non è sana. Charles Péguy rileverà sarcasticamente, all’alba del XX secolo, il grottesco tentativo di rimuovere ogni senso tragico dell’esistenza: «Come un cristiano si prepara alla morte, il moderno si prepara alla pensione». Ma ora siamo ritornati a quella demonizzazione della malinconia che caratterizzò l’epoca delle prime macchine a vapore. La mistica del lavoro è stata sostituita da quella del tempo libero, ma la tristezza resta una devianza, l’euforia lo stato naturale. La società ci vuole tutti allegri e garruli, psicanalisi e antidepressivi sono accessori di massa. Chi non si svaga è perduto.