«Maledette scuole Non le hanno chiuse e mia figlia è morta»

Cosa fa un ragazzo di quindici anni a cui dicono di andare a scuola? Va a scuola. Cosa fa una bimba di otto anni a cui dicono di andare a scuola? Va a scuola.
La sorella di quel ragazzo di quindici anni è morta. Quella bimba di otto anni è morta.
La sindaco di Genova Marta Vincenzi ha difeso ancora ieri la sua decisione di non chiudere le scuole, nonostante fosse stato diramato un allerta 2 e lo stesso Comune di Genova avesse messo nero su bianco su carta intestata il consiglio di non utilizzare le automobili e di non uscire di casa. Con le scuole aperte, però. E qualcuno i bimbi deve portarceli a scuola.
Il ragazzo di quindici anni si chiama Danilo Costa e frequenta la succursale dell’istituto tecnico commerciale Montale di via del Castoro a Marassi, da dove hanno chiamato mamma Rosanna per dirle che avrebbe dovuto andare a prenderlo. Lei era al lavoro e ha chiamato a casa la sua primogenita Serena, 19 anni, per dirle di pensarci lei. Dopo quella chiamata non l’ha più sentita, finché non le hanno detto che era morta. Annegamento, ha detto ieri l’autopsia, come per tutte le altre cinque vittime.
Serena è partita da casa, in via Valgoi, una traversa di via Pinetti, nel popolare quartiere di Quezzi, in mezzo al quale scorre il Fereggiano. È arrivata a scuola e ha preso per mano il suo fratellino. Poi, l’acqua. Addosso e travolgente e irrefrenabile e bastarda e assassina.
Serena è caduta e Danilo ha provato ad afferrarla, «ma - racconta il ragazzo singhiozzando e senza mai smettere di piangere, sentendosi addosso quella colpa che altri non sentono, e che lui non ha - l’acqua ci ha separati mentre attraversavamo la strada. Io mi sono aggrappato a un’inferriata, ho provato a prenderla, ma lei è sparita nel fango. Sono rimasto lì, aggrappato con tutte le mie forze. Poi mi ha salvato un signore». Danilo, rotolando nell’acqua si è rotto il braccio, che oggi è ingessato, Serena intanto veniva trascinata via dall’acqua e dal fango. E mamma Rosanna ripete come una drammatica litania di rabbia e sensi di colpa: «Le dovevano chiudere quelle maledette scuole, le dovevano chiudere. Se le avessero chiuse, mia figlia sarebbe ancora con noi».
La bimba di otto anni si chiamava Gioia Djala, era albanese e anche lei era andata a scuola, come tutti i bimbi a cui i genitori dicono di andare a scuola. E glielo dicono se le scuole sono aperte. Lei andava alla «Giovanni XXIII», materna, elementari e medie di piazza Galileo Ferraris, in fondo a via Fereggiano, dove mamma Shiprese, 28 anni, è corsa a prenderla con il cuore in gola vedendo la pioggia e il fiume che montava, come farebbe ogni mamma che pensa di salvare la sua bimba da un pericolo. Shiprese, per correre da Gioia, ha preso in braccio anche l’altra figlia, Janissa, un anno. Mica poteva lasciarla da sola. Poi è corsa sotto, con il cuore in gola e la voglia di tornare prima possibile - lontano da quella maledetta acqua - nella sua casa di via Biga, a due passi dall’androne di via Fereggiano dove si era rifugiata e dove è stata travolta dalla piena.
Papà Flamur, in un attimo, le ha perse tutte e tre. Annegate. Ha perso tutto. Racconta, con un filo di voce: «Volevo dare un futuro alla mia famiglia. Per questo ero venuto in Italia con mia moglie. E invece, in pochi minuti, ho perso tutto, ho perso i quindi anni passati qui a lavorare, a faticare per potermi fare una famiglia». Solo perché sua figlia è andata a scuola.
Marta Vincenzi, sindaco di Genova, ha spiegato ieri in un’intervista all’emittente ligure Primocanale che «se volevano, i genitori potevano tenere a casa da scuola i propri figli. Non era mica obbligatorio mandarceli». Nella vita prima della politica, Marta Vincenzi faceva la professoressa.