La maledizione del «4» che turba l’intelligence

Dall’11 settembre, a Londra, il numero ricorre in tutte le più spaventose stragi dell’estremismo islamico. E gli analisti cercano di anticipare le mosse del nemico

Gian Marco Chiocci Claudia Passa

da Roma

Arba, tradotto dall’arabo, sta per «quattro». E proprio questo numero si sta rivelando una costante, più che una coincidenza ripetuta, nella strategia del terrore. Gli analisti dell’intelligence si arrovellano da mesi intorno a simboli, codici e richiami delle strutture europee più radicali d’ispirazione salafita. E a forza di addentrarsi in moschee e quartieri islamici i macabri riferimenti al «quattro», ovverosia alla pianificazione degli attentati seguendo l’antico adagio della dottrina wahabita (quella seguita da Osama Bin Laden) «se è giusto ciò che fai, rifallo quattro volte», tornano sempre più di frequente.
Il «quattro» riecheggia fra le macerie delle «quattro» bombe di Londra e in un’infinità di altre stragi, più o meno note. E questa storia del «quattro» torna di moda fra gli 007 sull’onda degli ultimi sermoni di un oscuro «imam itinerante» tra le moschee non ufficiali di Roma e Napoli, considerato organico agli ambienti salafiti dei gruppi marocchini e tunisini «per la predicazione e il combattimento». Le sue prediche deliranti si concludono sempre allo stesso modo: «Fratelli, se pensate sia giusto ciò che fate, rifatelo altre quattro volte».
Il cerchio stretto da Scotland Yard attorno ai «quattro» presunti kamikaze che con «quattro» attacchi simultanei a Londra volevano disegnare una immaginaria croce di fuoco nei «quattro» punti cardinali di Londra, ha convinto in queste ore gli analisti a prendere in considerazione quella chiave di lettura che aveva già trovato micidiale riscontro l’11 settembre 2001 negli Stati Uniti (con i «quattro» aerei dirottati e i «quattro» obiettivi centrati) e l’11 marzo 2004 a Madrid (tre i treni colpiti, ma il rinvenimento di un ordigno inesploso ha smorzato la speranza che il poker del terrore avesse mancato un giro). L’eco ricorrente dell’adagio salafita non si limita ai grandi exploit di Al Qaida in terra d’Occidente. Agli 007, infatti, non sono sfuggiti gli attacchi suicidi messi a segno a Gerusalemme nel settembre 2001 e nel maggio 2003: «Quattro» attacchi, in entrambi i casi. Né possono sottacersi i massacri compiuti in Arabia Saudita nel maggio 2003 («quattro» esplosioni in tre complessi residenziali abitati da occidentali, tre dozzine di morti e circa 200 feriti) e un anno dopo (con l’irruzione di «quattro» attentatori in un’azienda nella città di Yanbu).
E il poker servito nella metropoli turca di Istanbul nel novembre 2003 offre un’altra conferma: «quattro» autobombe per 63 morti, un successo rispetto ai «quattro» attentati senza vittime di un mese dopo fra Istanbul, Izmir e Ankara. Fino a giungere, procedendo a ritroso, alle prove generali svoltesi in Algeria («quattro» attentati per 6 morti e 71 feriti) del maggio ’97, sino all’11 novembre 1999 in cui «quattro» ordigni esplodono in Pakistan a ridosso dell’ambasciata Usa, del Centro informazioni del governo a stelle e strisce, e dei più importanti recapiti Onu. In «quattro» attentati con autobombe a Kerbala muoiono 19 persone nel dicembre 2003.
Ancora il 30 settembre 2004 il gruppo Tawhid Wal Jihad legato ad Al Zarqawi si assume la paternità dei «quattro» attentati suicidi (50 morti di cui 37 bambini), che si sommano ai «quattro» kamikaze che lasciano sull’asfalto 70 cadaveri a Bassora. Il 2 giugno scorso, cellule di Al Qaida rivendicano «quattro» attentati che causano in Irak oltre venti morti. Due mesi dopo un’altra offensiva in simultanea delle formazioni di Al Zarqawi si scaglia contro «quattro» chiese cristiane (12 morti). L’elenco è infinito, e quel «quattro» torna ciclicamente. I conti sembrano tornare sulla stessa Londra con i «quattro» attentati che gli agenti segreti di Sua Maestà avevano fatto sapere d’aver sventato nel dicembre 2003. Circostanze e coincidenze stanno allertando i nostri apparati di sicurezza poiché dopo gli Usa, la Spagna, l’Inghilterra, c’è un «quarto» Paese che manca all’appello fra i principali sostenitori dell’intervento militare in Irak. E per calare il poker della morte quale miglior periodo se non il «quarto» mese dell’anno? In Italia ci sono le elezioni politiche, e un secondo «effetto Zapatero» potrebbe tornare utile alla causa.