Maledizione coca: morto Fois, gregario di Pantani

Bergamo, il cadavere trovato in casa da sua madre. Dalle vittorie al doping, una carriera vissuta sulla scia del suo mito, il Pirata: "Ma io non farò mai la stessa fine..."

Con il patetico pudore di questi casi penosi, si annuncia che Valentino Fois è morto «per un malore». Altre volte si dice «per arresto cardiaco», come se esistessero decessi senza arresto cardiaco. Purtroppo, quando la forma deve arrampicarsi sugli specchi per attenuare un poco la sostanza, si può pure peggiorare la situazione. Molto meglio la cruda verità: almeno a beneficio di chi resta, di quei tanti giovanotti che rincorrono sogni e miti di vita spericolata, senza mai calcolare il prezzo da pagare. Sappiano allora tutti quanti la vera verità: «il malore» che ha ucciso Valentino non è improvviso, ma durava ormai da troppi anni. Casualmente, questo «malore» ha inferto il colpo di grazia all'età di 34 anni, la stessa del «malore» fatale di Pantani. Casualmente, i due erano amici. E casualmente, da morti raccontano la stessa storia. Di bella vita e disperazione.

Come ciclisti, i due erano divisi da un abisso di talento. Per la verità, anche Fois aveva un bel passato nelle categorie giovanili, ma poi il professionismo ne aveva denunciato i limiti fisici e caratteriali. Solo quattro le sue vittorie. Ma ovviamente non è un dato che ora interessi molto. A segnare la parabola dell'atleta bergamasco, in modo totale e decisivo, è la scelta di un'esistenza sempre sopra le righe. Negli ultimi anni, anche fuori dalle regole. Prima quelle sportive: a suo carico, la squalifica di tre stagioni per doping, che nel 2002 ne segna di fatto la fine agonistica (casualmente, in quel periodo è compagno di Pantani).

Il seguito è pure peggio: inseguendo una sua deriva autodistruttiva, Fois finisce per gabbare anche le regole penali. Una sera dell'anno scorso lo trovano mentre rovista nella redazione bergamasca del Giorno, nel centro cittadino: il suo bottino, poche cose d'ufficio. Da campione mancato a topo d'appartamento. Segue processo, segue condanna. Ad aleggiare su questa epopea noir, la stessa maledizione di Pantani: la cocaina. Valentino è ragazzo intelligente, si dedica persino allo studio delle religioni orientali, ma non resiste al richiamo della notte e della mondanità. Notissimo nei locali velinari, si trascina dietro un sacco di voci e di pettegolezzi. Quando lo pizzicano col sorcio in bocca, per il furto di fotocopiatrice al Giorno, non esita a raccontarsi sinceramente in una bellissima intervista a Roberto Pelucchi, sulla Gazzetta dello sport: «Conosco le cattiverie sul mio conto: hanno detto che ero l'amante di Inzaghi, che rifornivo di coca Vieri. Io ero solo amico loro quando giocavano a Bergamo, nell'Atalanta, ma poi non li ho più frequentati. In realtà mi ha rovinato la squalifica per doping. Adesso - settembre 2007, ndr - sono in cura presso un centro tossicologico di Parma». Il cronista gli chiede: non teme di fare la fine di Pantani? E lui, con scatto di orgoglio: «Ho vissuto da vicino il dramma di Marco. Posso dire di non avere mai raggiunto il suo livello di disperazione… ».

Errore di calcolo. Sei mesi dopo, siamo qui a dire con un groppo in gola che le due storie parallele hanno la stessa conclusione. Sovrapponendole, non si distingue l'una dall'altra. Ugualissimo anche l'epilogo. Il dirigente di un team toscano, Ivano Fanini, che gli offre l'ultima possibilità: squadretta piccola, ma molta comprensione e molta attenzione sui comportamenti. Lui che sembra raccogliere questa chance. Inverno di allenamenti, poi le prime gare. Segnali promettenti di riscatto. Ma si sa come sono certe fragili convalescenze: basta un richiamo, un'occasione, un cedimento, e il dramma è compiuto.

L'altro giorno Valentino chiede a Fanini il permesso di tornare nella sua Bergamo: vuole essere vicino alla fidanzata Rachele, che inaugura un asilo. Ritorno e fine, una cosa sola. Inutile adesso rimestare nei dettagli di giovedì notte, trascorsa dove e con chi, facendo che cosa: di sicuro, non leggendo i Fioretti di San Francesco. Amici e parenti rivendicano rispetto e discrezione, tutti quanti dovremmo concederli in nome di quella pietà umana che troppe volte manca in queste vicende. Resta l'unico dato inconfutabile: Valentino Fois muore all'alba, nella casa della mamma. Almeno, gli saranno risparmiate tutte le squallide ricostruzioni che hanno devastato la fine di Marco Pantani, nel desolante residence di Rimini.

Anche stavolta, come allora, è comunque una fine annunciata, che nessun eufemismo di stampo infermieristico - «malore», «arresto cardiaco» - riuscirà mai a mascherare. Inevitabili, stavolta come allora, pure le sentenze spannometriche: Fois è morto di ciclismo. Cioè di doping. Troppo facile, troppo comodo. Il ciclismo non uccide nessuno. Il ciclismo è libertà e salute. C'è dell'altro, purtroppo. Per pedalare in una vita sbagliata, non serve la bicicletta.