Tra maledizione e giallo Le morti inspiegabili degli ambasciatori russi

Il 19 dicembre l'assassinio di Andrei Karlov Da allora scomparsi altri cinque diplomatici

Luigi Guelpa

Non sono neppure trascorsi nove mesi da quando un «soldato» di Al Baghdadi, Mevlut Mert Altntas, freddò a colpi di pistola l'ambasciatore russo ad Ankara Andrei Karlov. Era il 19 dicembre e l'omicidio si consumò all'inaugurazione di una mostra fotografica, di fronte a decine di persone e di telecamere che ripresero gli ultimi attimi di vita del diplomatico e l'orribile esecuzione. Quello che sembrò essere un gesto aberrante, ma isolato, con il senno di poi ha assunto i contorni di una maledizione. Da quel momento a oggi altri cinque ambasciatori russi hanno perso la vita in altrettanti paesi del mondo. Non ci sarebbe un'impronta di matrice terroristica dietro ai decessi, almeno all'apparenza, ma su alcune di queste morti eccellenti il Cremlino ha preferito non fornire dichiarazioni ufficiali. Le radici del pragmatismo russo non traggono certo linfa vitale dal terreno della superstizione, ma è altrettanto vero che è difficile spazzare via la suggestione delle «coincidenze», e a risentirne è la politica estera di Mosca. Il giallo delle sei morti in 258 giorni si è trasformato in un deterrente per chi in condizioni normali sarebbe disposto ad accettare senza esitazione la prestigiosa incombenza di rappresentante governativo in giro per il mondo. Purtroppo il timore di poter diventare il prossimo di una bizzarra lista è palpabile negli uffici di Smolenskaya Square, sede del ministero degli Esteri. Lo stesso responsabile del dicastero Sergej Lavrov, in una recente intervista rilasciata al quotidiano Parlamentskaia, ha ribadito come sia «importante mantenere ad alto livello i rapporti di collaborazione in nazioni limitate solo all'apparenza, ma funzionali al sistema economico russo e internazionale». Tra le righe si leggerebbe un tentativo di sbriciolare pensieri pericolosi e leggende metropolitane. A patto che lo siano davvero. Secondo alcuni analisti Lavrov si riferiva nello specifico al Sudan, teatro del penultimo anello della catena di morti sospette che sembrano tirate via con un tagliacarte dalle pagine di Forsyth o Follett. In Sudan è morto lo scorso 24 agosto l'ambasciatore Mirgayas Shirinski, 62 anni. L'hanno trovato privo di vita nella piscina della residenza russa a Khartoum. La stampa di Mosca ha liquidato l'episodio parlando di «attacco di cuore», mentre i media sudanesi continuano a sostenere che l'ambasciatore russo sia stato avvelenato. Da quattro anni in Sudan, Shirinski era uno dei massimi esperti della squadra di Lavrov in dinamiche arabe. Aveva lavorato in passato in Arabia Saudita, Egitto e nello Yemen. A Khartoum aveva costruito ottimi rapporti con il locale ministro degli Affari Esteri Khadija Ibrahim. Relazioni bilaterali che, con il sostegno di Mosca, avevano prodotto un rafforzamento militare nella lotta ai terroristi di Boko Haram.

Tra Karlov e Shirinski ci sono altre quattro morti attribuite a «cause naturali» o a «incidenti», ma che non sembrano convincere più di tanto nella loro dinamica. Un mese dopo l'attentato ad Ankara, il 26 gennaio, è morto per un attacco di cuore Alexander Kadakin, 67 anni, ambasciatore in India e già collaboratore di Leonid Brezhnev. Kadakin era un diplomatico molto esperto, guidava l'ambasciata russa a Nuova Delhi da 12 anni. La mattina del 26 gennaio aveva presenziato alla festa delle forze armate indiane, nel pomeriggio è stato trovato privo di vita nel suo ufficio. Qualche giorno dopo i funerali un alto funzionario governativo indiano, Vikas Swarup, rilasciò ai media una dichiarazioni sibillina: «Tutti i rapporti tra India e Russia erano nelle sue mani, a partire dalle strategie economiche. È come se qualcuno avesse voluto staccare l'interruttore». Nessuno ha voluto approfondire le affermazioni di Swarup, a partire dagli investigatori russi. Il 2017 era iniziato nel peggiore dei modi: il 9 gennaio era stato trovato privo di vita il 55enne Andrei Malanin, console generale ad Atene. Il cadavere era stato rinvenuto nel suo appartamento da un impiegato del suo ufficio, allarmatosi poiché il diplomatico non si era presentato al lavoro e non rispondeva al telefono. Il corpo non presentava fori di arma da fuoco o ferite di altro genere, ma sulla porta dell'appartamento pare ci fossero segni d'effrazione. Le indagini sulla morte di Malanin sono ancora in corso e la magistratura di Atene ha aperto un fascicolo. Il 20 febbraio di quest'anno è morto invece Vitaly Churkin, 64 anni, ambasciatore russo alle Nazioni Unite e diplomatico di fama internazionale. Churkin si era sentito male mentre stava lavorando nel suo ufficio di Manhattan, a New York. Anche in questo caso il governo russo non ha voluto fornire dettagli sull'episodio. In una velina vergata di pugno dalla portavoce Maria Zakharova, il Cremlino si è limitato a dire che «Churkin è morto improvvisamente». Le cause del decesso restano ignote. La polizia di New York ha tentato di svolgere un'indagine, interrogando i suoi collaboratori fino a quando Mosca si è messa di traverso, reclamando la paternità di qualsiasi indagine. Archiviata pochi giorni dopo.

Un piccolo trafiletto il 3 settembre ha invece accompagnato la notizia del decesso del 63enne Vasili Sothsky, console in Botswana con una lunga militanza da funzionario nell'Africa del Sud (Zimbabwe, Namibia e Swatziland). L'uomo stava percorrendo una strada della periferia ovest della capitale Gaborone quando la sua auto è andata a sbattere contro un muro. Il quotidiano locale «The Patriot» sostiene che non ci sarebbero stati segni di frenata. Ennesimo malore? Possibile. Ciò che si può affermare con sicurezza è che Sothsky tre giorni dopo la morte avrebbe dovuto chiudere per conto di Mosca un accordo con il governo locale sull'estrazione dei diamanti. Inquietante, o almeno bizzarra, la notizia secondo la quale non avesse mai viaggiato prima dell'incidente mortale senza autista.