La maledizione di succedere a Mourinho

Da come si muove, così rubizzo e attonito, con il braccino che cerca di scuotere dei monumenti di marmo, si capisce che vivere costantemente con un'ombra alle spalle non è agevole. E quando si presenta in televisione per dire che no, non è poi andata così male, si vabbè il Chievo ha vinto 2-1 ma nel secondo tempo «ho visto una reazione», si comprende che per Rafa Benitez allenare l'Inter è diventato un mestiere con un coefficiente di difficoltà pari solo ai tuffi che sapeva fare il mitico Greg Louganis. Solo che sotto, Greg, non aveva (...)
(...) una vasca completamente vuota.
Insomma, la maledizione di Mourinho ha colpito ancora, in solo quattro mesi i guerrieri di José sono passati da campioni d'Europa a lampioni di Verona, discesa libera condita da una media di un infortunio a partita direttamente proporzionale ai vaffa tra giocatori e panchina. C'erano anche prima, s'intende, ma non facevano troppa notizia. E allora ecco che Benitez diventa uno da cacciare, subito, neanche fosse un dilettante allo sbaraglio. E se volete trovare il colpevole sta a qualche migliaio di chilometri, con una squadra in testa alla classifica, reduce da un 5-1 in casa. Si era detto: quella di Mourinho è un'eredità difficile. Così però è accanimento.
Povero Rafa, dunque, che dal maggio del 2007, quando il suo Liverpool ha perso la finale di Champions con il Milan, è un allenatore alla ricerca del successo perduto. Bravo e sfortunato, come si dice. Ma siccome proprio Mourinho soleva dire che tra un tecnico bravo e uno fortunato, fosse stato il presidente, avrebbe scelto il secondo, forse Massimo Moratti ora ha capito che - ancora una volta - aveva ragione José. Anche perché, contraddire Mourinho sta per diventare un mestiere pericoloso. Anzi, lo è già da tempo.
Per esempio: quando il tecnico portoghese lasciò il Porto campione d'Europa per andare al Chelsea, gli subentrò Gigi Del Neri, cacciato nel giro di un mese a campionato non ancora iniziato a causa della rivolta della squadra. Quando poi Mou lasciò - silurato da Abramovich - il Chelsea, il suo vice Avraham Grant prese il suo posto per diventare il primo allenatore della storia a portare i Blues in una finale di Champions League. Se ne vantò, ovviamente, mettendo in dubbio le doti del predecessore e la storia finì con il suo capitano a scivolare sul dischetto come un Fantozzi qualunque nel rigore decisivo. E con la coppa, of course, nelle mani del Manchester United. Ora tocca a Benitez, che a giugno era un grande allenatore di esperienza internazionale e adesso viene considerato più o meno come l'orso Yoghi. E il fisico non aiuta.
Dunque, allora, che fare? Sì certo, recuperare gli infortunati, crederci di più, superare le difficoltà, e ripartire di slancio e magari evitare di prendere a testate gli avversari come ha fatto ieri Eto'o. Che con José, naturalmente, non l'ha mai neppure pensato. In pratica: c'è la partita con il Twente che può qualificare agli ottavi della Champions, poi il mondiale per club, e ancora il campionato che - si sa - è ancora lungo per definizione. Però l'ombra è sempre lì, incombe da Madrid e si diverte anche a infierire, visto che uno dei suoi assistenti del biennio nerazzurro, André Vilas Boas, è finito sulla panchina del Porto e guida il campionato con dieci-punti-dieci di vantaggio dopo undici giornate.
Insomma: povero Rafa, che maledizione, forse sarebbe stato meglio per lui non litigare con José quando erano là, in Premier League. Però in fondo non è stato l'unico, perché qui da noi per esempio c'è ancora chi definisce Mourinho solo un «fenomeno mediatico» o chi dice che tutto comunque è sempre colpa sua. Loro però, povero Benitez, hanno un alibi: non fanno gli allenatori.