La maledizione della terza Torre

La nuova era apertasi l'11 settembre 2001 è connotata da uno scontro ideologico, ben diverso da tutti i precedenti. Fino al crollo del Muro la contrapposizione tra Occidente e comunismo era non solo ideologica ma anche politica, economica e territoriale. Oggi, invece, il fondamentalismo islamista non ha base nazionale, non indossa divise riconoscibili e sfugge all'aperto confronto bellico per rifugiarsi nel terrorismo nichilista globale, abbigliato da Jihad, «guerra santa».
Il nemico del fondamentalismo terrorista è la modernità, potente fattore di cambiamento e sviluppo. Che nell'Occidente cristiano significa un modo di vita fondato sulle libertà personali, la democrazia politica, la parità tra uomo e donna e il libero mercato non privo di solidarietà. E nel Medio Oriente rappresenta la molla alla trasformazione delle società arretrate, la secolarizzazione della politica dalla religione e l'introduzione delle istituzioni democratiche.
La difesa dal e la lotta al terrorismo islamista sono molto cambiate in cinque anni. Gli Stati Uniti di George W. Bush, che presero subito atto della nuova emergenza, possono vantare il merito di avere subito contrattaccato e di avere messo a punto strumenti di intelligence per la prevenzione, anche se hanno commesso errori nella guerra d'Irak e misfatti nella repressione dei prigionieri. L'Europa delle singole nazioni, infiltrata dal pacifismo rinunciatario, ha indugiato nel prendere coscienza della gravità ideologica dell'attacco e soltanto ora si appresta ad affrontare unitariamente la minaccia con gli strumenti necessari.
Se in Medio Oriente lo scontro violento tra fondamentalisti e moderati è tuttora aperto, in Occidente è insorta un'altra questione, non meno grave. Si tratta dell'equilibrio tra i diritti di libertà, il nostro più prezioso patrimonio ideale, e la sicurezza collettiva, messa in pericolo dalle molteplici forme dell'aggressione terroristica. L'obiettivo degli islamisti è di minare le libere istituzioni e la società aperta dell'Occidente. Finora però non ci sono riusciti, anche se il conflitto non sarà né breve né facile perché con l'immigrazione i germi del fondamentalismo islamista si insinuano anche negli Stati europei.
Se l'Afghanistan è stato tolto ai terroristi come santuario, l'Iran è divenuto il retroterra territoriale del sistema terroristico, tanto più pericoloso in quanto pronto a produrre ed a diffondere irresponsabilmente l'atomica. Se il sanguinario Saddam Hussein è stato tolto di mezzo e Bin Laden non sembra essere più operativo, le reti terroristiche, da Hezbollah a Hamas, sono andate moltiplicandosi e collegandosi per i loro obiettivi di morte. Occorre tuttavia smentire la banale congettura che non vi sarebbe stata l'offensiva terroristica se l'Occidente, gli Stati Uniti, non fosse intervenuto in Afghanistan e Irak e non avesse sostenuto Israele. Ci si trova infatti di fronte a uno scontro ideologico che non ha limiti di tempo, di spazio e di obiettivi.
Non c'è da farsi illusioni: la guerra asimmetrica durerà a lungo in tutto il globo. Non tra Occidente e Islam ma tra la libertà e il fondamentalismo, come lo è stato in passato tra le democrazie liberali, il nazismo e il comunismo. È perciò necessario continuare ad attrezzarsi, sia nello spirito che nella strumentazione che deve essere politica, diplomatica, culturale, di intelligence e, se necessario, anche di forza. In un'indispensabile unità di intenti tra le due parti dell'Occidente, l'Europa e l'America.
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