La maledizione del Vajont torna a scorrere nel torrente

Buio in sala. Anche se - forse - quel buio è solo il nero delle nostre coscienze.
Vajont 9 ottobre 1963. «L'onda scavalca la diga e spazza via dalla faccia della terra cinque paesi: Longarone, Pirago, Rivalta, Villanova, Faè. Duemila morti. Quattro minuti di apocalisse. Peccato però che fosse un’apocalisse annunciata da 7 anni».
Con queste parole Marco Paolini inizia il suo monologo sulla tragedia che più di ogni altra ha segnato l’anima del Nordest italiano. Gli allagamenti di questi giorni dimostrano che qui la natura non ha mai smesso di essere matrigna; esattamente come gli uomini che, per complicare le cose, non hanno mai smesso di metterci del loro. Devastando il territorio, chiudendosi nei confini del proprio orticello, perdendosi in polemiche di campanile. Con risultati, spesso, deprimenti.
L’ultimo caso riguarda lo scontro sull’eventuale utilizzo dell’acqua del torrente per alimentare una centrale elettrica. Così, da una parte si sono schierati i comuni di Longarone, Castellavazzo ed Erto Casso che da quest’opera potrebbero incamerare alcune centinaia di migliaia di euro l’anno; mentre, dall’altra si registra l’opposizione dei comitati dei sopravvissuti al dramma del Vajont che rifiutano ogni ipotesi di sfruttamento del torrente.
Al centro del confronto proprio l’ipotesi di tornare a sfruttare l’acqua del torrente il cui nome è diventato per tutti sinonomo di disgrazia e distruzione. All’epoca della sciagura - come ricostruisce www.vajont.net - vennero commessi tre fondamentali errori umani che hanno portato alla strage: l'aver costruito la diga in una valle non idonea sotto il profilo geologico; l'aver innalzato la quota del lago artificiale oltre i margini di sicurezza; il non aver dato l'allarme la sera del 9 ottobre per attivare l'evacuazione in massa delle popolazioni residenti nelle zone a rischio di inondazione. Fu aperta un'inchiesta giudiziaria. Il processo venne celebrato nelle sue tre fasi dal 25 novembre 1968 al 25 marzo 1971 e si concluse con il riconoscimento di responsabilità penale per la previdibilità di inondazione e di frana e per gli omicidi colposi plurimi. Ma torniamo all’oggi. Di ripristinare la diga non se ne parla nemmeno, tuttavia c’è l’idea di tornare a trasformare quell’acqua per produrre 15 milioni di kw/h l’anno. La realizzazione di una centrale a Ponte Campelli sarebbe gestita - come riporta la stampa locale - da una società privata che poi dividerebbe gli utili con le tre amministrazioni comunali.
«La resistenza dei cittadini che nella tragedia persero i congiunti è sacrosanta e faremo di tutto per tenerla in debita considerazione - dice all’Ansa Roberto Padrin, sindaco di Longarone - e si tratta di capire quanto possa essere accettabile un piano che permetta di trasformare in acqua “buona“, nel senso di utile per tutti, la stessa “acqua maledetta“ che 47 anni fa annientò un intero paese. Penso alle possibilità che ci sarebbero di costruire, con quei fondi, case di riposo o strutture per i bambini, fermo restando che ci potremmo impegnare a destinare una quota fissa di quegli introiti in interventi volti a mantenere viva la memoria della tragedia».
Contraria è invece Micaela Coletti, presidente del Comitato di superstiti del Vajont: «È la sacralità del luogo che rende indiscutibile il nostro no assoluto a qualsiasi ipotesi di sfruttamento dei quell’acqua. Certo, noi siamo in pochi e difficilmente potremmo ostacolare progetti sostenuti da soggetti più forti. Il fatto che, 47 anni dopo, nelle classi dirigenti ci sia ancora lo stesso identico egoismo del 1963 non è abbastanza chiaro per tutti?». Forse no.