Malerba, il fascino perverso degli spettri borghesi

La «manutenzione» del matrimonio di una coppia atipica in «Fantasmi romani», opera complessa e piena di fascino

E va bene, l’ultimo romanzo di Luigi Malerba ha un retrogusto moraleggiante e forse i Fantasmi romani (Mondadori, pagg. 180, euro 17) del titolo alludono all’aridità della colta borghesia capitolina: ma quanto preferibili ci appaiono le manie, le cadute e i vizi di questi neurotici ectoplasmi rispetto alle virtù vantate dalla concorrenza! Se gli spettri sono fatti così, viva gli spettri. Senza contare che, dei fantasmi, queste figure romanzesche allocate sul lungotevere posseggono più che altro la riluttanza a parlare in prima persona. Preferiscono lasciare delle tracce: messaggi sul cellulare, indizi come in una caccia al tesoro, pagine e pagine fittamente vergate chiuse a chiave in un cassetto. Con la chiave ben visibile, sulla scrivania.
Giano è un architetto urbanista che insegna a Valle Giulia. Le sue tesi sono talmente aberranti da sembrare ottime. Nella sua aula, tanto per intenderci, c’è una cartina della Roma futura, condannata in effigie: interi quartieri sono stati rasi al suolo mentre altri soltanto «diradati», cioè si butta giù una casa sì e una no. L’assetto della città dovrebbe alla fine assomigliare a una stella in cui è possibile passare da un settore all’altro attraverso anelli concentrici, rigorosamente a senso unico. Altre particolarità del professore: credere che i graffiti dei vandali siano il metodo scelto dall’inconscio della città per comunicare; e una feroce allergia alle facce dei politici italiani, che gli procurano autentici shock anafilattici.
Clarissa, la bella moglie, non solo lo ama: riesce persino a sopportarlo. Beninteso brandendo le armi con cui le donne costrette a vivere accanto agli uomini di genio si difendono da essi: scetticismo e riserva mentale. Né possono mancare i rispettivi amanti: Valeria, mangiauomini a tempo pieno, e Zandel, un elusivo collega e amico di Giano. Zandel è un esperto di marciapiedi: grazie ad alcune centinaia di colonnine di ghisa poste ai margini della carreggiata è riuscito a liberare il centro di Amsterdam dalle automobili. Ma un giorno si ammala, per poi «stabilizzarsi nella condizione di moribondo». Con Clarissa rimasta senza svaghi, l’equilibrio procurato dalle infedeltà incrociate si rompe. Il libertinaggio di Clarissa, infatti, degenera: prima uno studente del marito, poi uno scrittore di successo ne assaggiano le carni. Che sia arrivato il momento di scambiare quattro chiacchiere? Nemmeno per idea, siamo o non siamo borghesi? «La soluzione che abbiamo adottato ogni volta per risolvere i nostri imbarazzi: far finta di niente. La nostra salvezza è la menzogna. Semplice manutenzione del matrimonio».
Di ciò di cui non si può parlare, però, bisogna scrivere: Giano inizierà la redazione di un racconto che ha Clarissa per protagonista, manovrando in modo che la moglie lo legga. Dopodiché i guai, invece di scomparire, si moltiplicheranno, fino ad esplodere nel finale bifido e intercontinentale.
Testimonianza esemplare e ammaliante di ciò che dovrebbe essere, sempre, la letteratura, Fantasmi romani darà filo da torcere agli esperti i quali tenteranno di trovare la formula che irreggimenti i punti non allineati, evocati nelle sue pagine, di Hofmannsthal e Cervantes, e sfileranno dal solo nome di Clarissa i numi tutelari del romanzo: Richardson, Sade, Goethe. Ciò che importa è che bisogna festeggiare: ancora una volta al grande Malerba è riuscito il miracolo di scrivere un’opera complessa fino al rompicapo; e proprio per questo intrigante, piena di fascino e straordinariamente leggibile.