Malesani si è rimesso la cravatta Solo per non restare in mutande

Da mesi senza stipendio, l'allenatore del Bologna è il caso del momento: "Ho sempre lavorato perché mi piace farlo" 

Alberto Malesani parla sempre come se avesse appena finito di scalare l’Everest. Sottovoce per lo sforzo, più che per lo stile. Bologna lo fa stancare, perché c’è la società che non si sa che fine farà, perché c’è il campionato che non si sa se sarà completato, perché c’è una città che non ha capito se vedrà ancora calcio vero oppure no, perché ci sono i giocatori che lottano e poi non prendono lo stipendio. Gratis anche lui. Ogni mese zero bonifici e zero euro. Si può continuare così? Diciannove punti in classifica sono l’ossigeno che serve per dire quella frase alla fine della partita con il Chievo: «Se non si sbloccherà la situazione stipendi entro breve, i giocatori prenderanno provvedimenti». Fuori i soldi, allora. Per i giocatori e anche per lui.

Le favole appartengono a un altro mondo, Bologna fa parte di questo. Parlano di miracolo, prendono Marco Di Vaio come simbolo. Il Bologna è il caso del momento, perché racconta che esiste il gioco prima dei soldi, la professionalità prima dei capricci, l’affetto verso la città prima dell’interesse personale. Se qualcuno voleva uno schiaffo morale dopo il fiume di veleno sparso sui calciatori per la minaccia dello sciopero, quello schiaffo adesso lo prende a Bologna. Perché questi giocano, vincono, s’impegnano. Per se stessi e per gli altri. Il problema è quell’altro, quello che esce dalle parole di Malesani: per quanto? «Ora qualcuno deve intervenire. Il Bologna non può essere lasciato a un conflitto tra gli eventuali acquirenti. Qui tutti esultano, la Menarini in tribuna e immagino anche Porcedda a Cagliari. Ma l’importante è che mettano mano al portafogli».

Malesani sorride la domenica e s’intristisce il lunedì, perché ogni mattina cambia qualcosa, alla fine di ogni allenamento c’è una voce, una chiacchiera, un avvertimento. Non gli tornano molte cose, in quei momenti. Lui preferisce la semplicità: mi impegno, porto risultati. Punto. Vinco, mi salvo. Punto. Viene dalla terra, Malesani. Si vede e lo dice: le mani, le gote, l’umore, il sapore. Contadino del pallone. Bologna rischiava di essere troppo radical chic per uno così. «Io vengo da un mondo dove devi rimboccarti le maniche, dove ogni mattina devi portare a casa un raccolto. Ho sempre lavorato perché mi piace farlo. Ho sempre faticato perché senza non so stare. Nel pallone ogni domenica devi portare a casa un raccolto». Vedi che non fila? Qui, adesso, vincere può non bastare: venti punti fatti e diciannove in classifica per colpa della prima penalizzazione, sono metà della certezza di salvarti, ma non vogliono dire niente: Bologna in A, o retrocesso, o sparito dal calcio potrebbe non dirlo il campo, ma un tribunale. Significa impotenza, significa aggrapparsi agli altri. Lui è stato in basso, poi in alto, poi di nuovo in basso, poi nel vuoto. Dimenticato ed emarginato, lasciato a riposo forzato: il maggese del pallone e della vita. Mai, però, era stato appeso al destino altrui. Questo è peggio che essere esonerati: se ti cacciano spesso capisci il perché. Non condividi, ma accetti. E poi ti pagano. Qui è il contrario: niente soldi e il rischio di vedersi rovinare l’inizio di una nuova carriera. Perché il ritorno in Italia non è stato stupendo: retrocesso col Siena. Bologna è stata una chiamata improvvisa: Malesani ha preso la squadra e ha costruito quello che nessuno immaginava. Lo sa anche lui che deve togliersi ancora quel giudizio che si trascina da sempre. Naif, gli hanno sempre detto. Con i capelli scomposti, scompigliati, disordinati. È il suo look. È il suo modo di essere, lasciatelo perdere. Malesani è personaggio per natura.

Un’esuberanza mostrata la prima volta quel giorno a Udine, quando esultò come un pazzo alla prima giornata di campionato da allenatore della Fiorentina. Poi c’era e c’è l’abbigliamento: a volte andava in panchina coi pantaloncini corti. Gli chiesero: ma lei pantaloni con le pence ne ha? «Sono pieno di vestiti, ma l’abito non fa il monaco, mi piace il casual». Cravatte? «Tantissime, le compro da Lancini, a Verona. Scrivetelo così la prossima volta me ne regalano qualcuna».
Adesso, a Bologna, la mette sempre. Regimental rossoblù, per appartenenza e perché forse si è scocciato di sguardi maligni.

L’abito, il monaco e tutto il resto. Malesani s’adegua, ma resta quello qualunque. Che faceva simpatia e quando ha cominciato a vincere ha cominciato a stare un po’ sulle scatole a qualcuno. Troppo filosoficamente terra terra. Preso per un vice Trapattoni, non per il pallone, ma soltanto per quello sfogo in diretta televisiva ai tempi del Panathinaikos: «… Dodici anni, ventiquattro allenatori: e cazzo, sarà mica sempre l’allenatore qua che deve pagare. Sempre l’allenatore... sono arrabbiato perché è uno schifo ’sta roba qua... A me non me ne frega neanche se m’ammazzano, perché la coscienza ce l’ho a posto. Cazzo. Lavoro 24 ore al giorno, fatela finita, cazzo. Fatela finita. E domande del cazzo, sempre».

È diventato un simbolo, ma quello sfogo l’ha pagato. Eccessivo, sguaiato, scoordinato. È uscito dal giro per un po’: un anno senza panchina e prima il passaggio a vuoto di Empoli e prima ancora quello di Modena. Forse è lì che s’è rotto qualcosa. Fino a Siena che poi gli ha aperto la strada verso Bologna. Pentito? Mai. Non ha smesso di pensare questo: «Nella vita è importante sentirsi liberi. Anche se magari non pensi al dopo, nella vita devi dare sfogo a quello che sei. Quanta gente si sforza di apparire quello che non è. Che fatica che fa... Non invidio chi deve fingere». Lui non l’ha mai fatto, dice. Il look è la dimostrazione, l’esplosione di rabbia ad Atene pure. Si torna sempre agli stessi punti, con Alberto. Flash nella e della memoria, direbbe Marzullo. La corsa sotto la curva dopo la vittoria col Chievo sembrava la stessa di Udine con la Fiorentina, solo che questa era con la cravatta. Chissà se direbbe ancora così: «Vedo una cosa triste. Si va sempre a mode. Si va per periodi e per modelli, non per quello che uno sente di dover fare». Di moda, adesso, può essere di nuovo lui. Che non piaceva e piace, che è terrorizzato dal fallimento del Bologna perché per paradosso ha capito che forse questa a 56 anni può essere l’altra stagione felice della sua vita. La prima era stata a Parma. Lui, la squadra, i risultati, le vittorie.

Malesani godeva. Ora gode di nuovo. Non si sa per quanto, ma all’ora di pranzo domenica c’è il Milan. Cioè l’incrocio con Alberto bambino, tifoso rossonero. Mai negata la passione milanista. Mai tirato indietro di fronte alla domanda alla quale molti non rispondono: qual è la sua squadra preferita? Giocarci contro adesso, con il mondo che ti guarda perché vinci senza prendere un centesimo, vale doppio. Se lo ami, il pallone riempie la vita fino a quando lo vedi rotolare su un campo. I bonifici contano, non prendiamoci in giro, ma se gli danno la possibilità di allenare, allora possono anche arrivare in ritardo. È un giroconto della carriera. Il caso Bologna non se l’aspettava, Malesani: quando ha firmato pensava di passare tranquillamente all’incasso ogni mese. Però non immaginava di fare venti punti che poi sono diventati 19. Cos’è meglio? La seconda, senza falsi moralismi. Per ora.