Il malessere della vita urbana secondo Trecchi

«E le nostre città? Muri, muri, muri muri. Noi non vogliamo più muri, i nostri corpi non più rinchiusi da questa civiltà, con o senza ornamenti. Io chiedo la costruzione vitale, la città dello spazio, l’architettura funzionale», ha scritto Frederick Kiesler. Una filosofia che Maurizio Sciaccaluga fa sua nel catalogo che accompagna la bella mostra di Walter Trecchi allestita fino alla fine di giugno alla Galleria Santamarta di via Santamarta 19, dedicata a Milano. «Un viaggio per le vie di una città sospesa, immobile, ossia ferma tra l’asfalto e il cielo» sottolinea il suo curatore Sciaccaluga.
Le città invisibili di Calvino sono luoghi più mentali, poetici che reali dove fantasia e realtà sono in netta contrapposizione pur rimanendo nella loro apparente neutralità. Le opere di Trecchi, tutte di grande e medio formato, dai toni pallidi con dominanti grigie, fatta eccezione per i tram arancioni, esprimono il disagio per l’uomo moderno e una sorta di disadattamento nei confronti dei luoghi in cui risiede.
Non è un caso che la ventina di opere esposte raccontino una città vista «come sicurezza illusoria», una sorta di incertezza reale in cui la solidità è data solamente dagli edifici massicci, a volte eleganti, magari costruiti da importanti architetti come il grattacielo di Piazza San Babila di Rimini dal titolo «Città sospesa XXII» o la Torre Velasca progettata dallo Studio BBPR (Banfi, Belgiojoso, Peressutti e Rogers). Lavori in tecnica mista su tela fanno pensare a grandi olii dove però alla metropoli non è più concesso il vivere in maniera umana: alla metropoli contemporanea non è più concesso di essere utopica come potevano vedere le città da Piranesi a Plying fino al costruttivista Krutikov o si si pensa ai progetti utopici di Kiesler, Malevic o Lissitslij, tutti convinti di potere contribuire al miglioramento della vita e di un mondo.
Oggi per l’artista tutto sfugge a dismisura, l’uomo nei suoi quadri non esiste, è ingabbiato per lasciare il posto a un diradare, uno stemperare i colori per poi fare convergere linee prospettiche, fili che si pongono tra l’occhio e l’infinito, proprio come facevano i pittori medioevali. Tra queste cortine di cemento troviamo la bella e perversa veduta del Grattacielo Pirelli, «Città sospesa XXIX», L’Arengario o Piazza della Repubblica, tutte dai titoli siglati, quasi ci trovassimo in una trappola, in una prigione, dove luci e ombre rientrano nella città tecnologica. Il titolo «La metropoli comune» la dice lunga e Trecchi con le sue ultime opere, tutte di quest’anno con la sua grafica maniacale ci dà la sensazione di voler tracciare un paesaggio tranquillo, solo in apparenza, senza fare alcuna denuncia come un teatro vuoto dove dalla scenografia e dal palco si sono sfilati gli autori.