Il malinconico principe del Rione Sanità

Di nobile origine ma di povera famiglia, da ragazzo celebrava funerali per i gatti, da adulto redarguì Oscar Luigi Scalfaro per la reprimenda a una signora in abito scollato

Quando Oscar Luigi Scalfaro redarguì al ristorante una signora, Edith Toussan, perché aveva le braccia scoperte, il Nostro si indignò per l’impudenza. Ma il peggio doveva ancora venire. Non contento, l’allora trentaduenne deputato dc fece in Parlamento un’intemerata sulle «donne pubbliche». All’unisono, padre e marito della malcapitata Edith sfidarono l’insolente a duello. Ma Scalfaro, mostrando intera la sua natura, si tirò indietro con la più ipocrita delle scuse: «I miei principi religiosi, mi impediscono di battermi». Per il Nostro, che aveva seguito la faccenda sui giornali, la misura era colma. Impugnò la penna e spedì all’onorevole una nobile letteraccia. «Il sentimento cristiano da lei invocato... avrebbe dovuto impedirLe... di fare apprezzamento in pubblico locale di una Signora rispettabilissima. Abusi del genere comportano l’obbligo di assumere le conseguenze... Se a Lei il sentimento della responsabilità morale e cavalleresca è ignoto, abbia almeno il pudore di sottrarsi al giudizio degli uomini ai quali questi sentimenti e il coraggio civile dicono ancora qualcosa». Era un invito a non osare mai più chiedere voti e a uscire dal Parlamento. Con quale esito, si sa: 56 anni dopo, Scalfaro occupa imperterrito la scranna.
Già dal tono della missiva al bacchettone dc, emerge lo spirito austero del Nostro. In realtà, aveva un’indole doppia. Una faccia seria e una comica, nettamente separate. Era capace di far ridere a crepapelle per delle mezzore moltitudini di persone piegate da un’ilarità inarrestabile che supplicavano una tregua per non finire strozzate dalle convulsioni parossistiche provocate dai suoi sberleffi. Tanto era padrone dell’arte di suscitare lo sbellicamento nel prossimo da scommettere che sarebbe riuscito a farlo ridere con la A, con la I e con la U. Bastava, infatti, dicesse l’ultima parola con la vocale prevista che la gente seguiva come a comando. Poi però, finito il numero, usciva dal personaggio e rientrava nella sua figura privata, con un fondo insopprimibile di tristezza. «Sono nato cinico e malinconico, come se sapessi già tutto della vita», diceva di sé.
La sua fu un’esistenza dura. Figlio naturale di una sedicenne, Anna Clemente, trascorse l’infanzia tra i bassi del Rione Stella, poi detto Sanità. Protagonista maschile della sua messa al mondo e autore del misfatto sulla minorenne era un marchese che, a dispetto del titolo altisonante, campava pure lui da poverocristo. Il nobiluomo faceva il sarto itinerante, cioè senza bottega. Girava per i vicoli dello stesso rione offrendosi per toppe, rammendi e rimesse a nuovo di cappotti rivoltati. Il ragazzino cresceva male, senza voglia di studiare e scapaccionato dalla mamma esasperata. Lei avrebbe voluto mandarlo all’Accademia Navale di Livorno per farne un ufficiale. Più un sogno da fanciulla povera affascinata dalle divise che un progetto concreto. Lui invece, scappando dai libri, si improvvisava impresario di funerali per piccoli animali. Aveva trasformato una scatola di latta in un carro funebre che faceva tirare da cavallucci di cartapesta. Appena moriva un gatto o un passerotto, il Nostro si precipitava sul posto e organizzava le esequie. Officiava con la massima serietà, tra le risate del vicinato. Era l’avvisaglia di quel mix di triste e comico che lo accompagnerà per tutti i 69 anni di vita.
Bocciato un paio di volte, fu ritirato dagli studi per decisione del padre marchese, sempre presente nei momenti gravi. Messo a bottega da un imbianchino, si mise in riga. Ma non era ancora quella la sua strada. Della scuola nessun rimpianto, ma un ricordo indelebile. Il cazzotto che un insegnante, mentre fingevano di fare a pugni, gli dette sul viso. La botta gli storse il naso, disassandolo dalla sua bazzona. Ne scaturì la maschera che fu la sua.
Inviato al fronte nella Prima Guerra mondiale, il diciassettenne si finse malato e riuscì a farsi imboscare in una caserma delle retrovie. Qui, fu preso in antipatia da un caporale che lo angariò in tutti i modi. Da allora, divise il mondo tra caporali e gli altri. Finita la guerra, frequentando le ballerine di varietà, si innamorò di Liliana Castagnola, una cantante maliarda che aveva causato diversi suicidi tra i suoi spasimanti. Col Nostro, finì all’inverso. Lui si disamorò e lei si fece fuori con un tubetto di barbiturici. Disperato e pentito, il trentaduenne fece seppellire Liliana nella tomba di famiglia (oggi riposa accanto a lei) e dette poi il suo nome all’unica figlia che ebbe.
Quando arrivò il successo e divenne ricco, il Nostro sentì il bisogno di nobilitarsi. Riconosciuto dal padre in età adulta, non si accontentò del titolo di marchese e rivolgendosi al tribunale ne ottenne una sfilza con una sentenza del 1945. Tra gli altri, col nome di Comneno Porfirogenito, quelli di duca di Macedonia, Illiria, Cilicia, Tessaglia, Ponto, Moldavia, Cipro e d'Epiro. Il suo ultimo atto fu farsi coniare monete d’oro con, da un lato, il suo profilo migliore, quello in cui era meno visibile il cazzotto dell’insegnante. Dall’altro, la scritta In hoc signo vinces, motto del suo avo più illustre, l'imperatore Costantino.
Chi era?