MALINOWSKI Dove l’amore è ancora selvaggio

Torna il celebre saggio dell’antropologo che alla teoria preferiva l’osservazione

«I trobriandesi sono molto liberi e disinvolti nei loro rapporti sessuali...». Inizia così un capitolo di un libro pubblicato nel 1929. Libro che fece scandalo anche perché la disinibita vita sessuale dei selvaggi trobriandesi, nella Nuova Guinea, era descritta senza filtri e senza censure. L’autore, l’antropologo Bronislaw Malinowski, ebbe anzi modo di lamentarsi del fatto che del suo ponderoso saggio si erano voluti cogliere solo «dettagli sensazionalistici, resi oggetto di meraviglia o di scherno». Ma gli studi di Malinowski, un polacco diventato suddito di sua maestà britannica, non potevano certo essere neutri: nascevano da un’immersione diretta nella vita degli aborigeni, da lunghi anni passati vivendo tra loro, in una tenda ai margini del villaggio, lontano dal mondo, mentre in Europa infuriava la prima guerra mondiale.
Malinowski disprezzava gli antropologi da tavolino: bisognava far prevalere l’osservazione sulla teoria, entrare poco a poco nella mentalità degli indigeni, condividerne la lingua e le emozioni. Da qui le sue polemiche con alcuni illustri colleghi. Ma ciò che disturbava nel libro erano anche le conseguenze teoriche che Malinowski traeva dalle sue osservazioni. Le isole Trobriand diventavano l’epicentro di un terremoto che sconvolgeva le scienze sociali. A partire da quella più nuova e più rampante, la psicanalisi: secondo Malinowski, i costumi sessuali degli indigeni mostravano, tra l’altro, che il complesso di Edipo non era affatto una realtà universale come pretendeva Sigmund Freud. Un complesso in effetti difficile da immaginare in una società matriarcale come quella trobriandese dove vigeva, come scrisse Malinowski stesso (anche se poi rettificò in parte il suo giudizio), «l’ignoranza della paternità».
Dopo quasi ottant’anni il saggio di Malinowski, La vita sessuale dei selvaggi nella Melanesia occidentale ritorna sugli scaffali in una nuova edizione pubblicata dall’editore Cortina (pagg. XXX-492, euro 32,50). Ritroviamo così la descrizione dei rapporti sessuali nella «casa degli scapoli», dove i giovani trobriandesi vivevano i loro rapporti prematrimoniali; la vita sessuale dei bambini in quel remoto angolo dell’Oceania; le occasionali feste orgiastiche. E poi tutte quelle usanze così lontane da quelle occidentali: «Nelle Trobriand due persone che stanno per sposarsi non devono mai consumare cibo assieme», scriveva Malinowski. «Invitare una ragazza a cena - cosa permessa in Europa - agli occhi di un trobriandese equivarrebbe a disonorarla». È comprensibile che certe pagine toccassero profondamente la sensibilità dei lettori inglesi. Per esempio la descrizione di singolari rituali erotici a sfondo sadomasochistico: «È una regola generale in tutti i distretti delle Trobriand - scriveva Malinowski - che quando una ragazza e un ragazzo sono molto attratti l’uno dall’altra la ragazza possa infliggere molti dolori fisici al ragazzo che ama, battendolo, fustigandolo e persino ferendolo con uno strumento affilato. Per colpito che sia, il ragazzo accetta benevolmente tale trattamento come un segno di amore». Del resto, si sa, il sadomasochismo aveva avuto tale fortuna nella puritana e repressiva Inghilterra vittoriana da conquistarsi il nome di «vizio inglese».
Malinowski era arrivato nelle Trobriand all’età di trent’anni, nel 1914. Dopo la laurea in fisica e matematica, aveva scoperto l’antropologia leggendo per caso Il ramo d’oro di James Frazer, l’opera antropologica di maggiore influsso e suggestione sulla cultura europea dell’epoca. Restò in Oceania, a vari intervalli, fino al termine della prima guerra mondiale. In un’altra sua opera dedicata agli indigeni delle Trobriand, Argonauti del Pacifico occidentale, Malinowski racconta così il suo approdo tra i selvaggi: «Immaginatevi di essere a un tratto sbarcato insieme a tutto il vostro equipaggiamento solo su una spiaggia tropicale vicino a un villaggio indigeno, mentre la motolancia che vi ci ha portato naviga via e si sottrae ai vostri sguardi. Immaginatevi quindi mentre fate il vostro primo ingresso al villaggio. Alcuni indigeni vi si affollano intorno, specialmente se sentono odore di tabacco, altri, i più nobili e i più anziani, rimangono seduti dov’erano».
Malinowski, in fondo, stava rivivendo l’esperienza di un altro polacco, anche lui convertito al mondo anglosassone, e anche lui esploratore dei Mari del Sud: Joseph Conrad. Addentrandosi nelle isole Trobriand, Malinowski andava anche lui alla scoperta del suo «cuore di tenebra». Gli studi di Malinowski, in fondo, stavano su un crinale ambiguo: gli studi antropologici erano, seppure indirettamente, funzionali agli interessi di un impero, quello britannico, che cercava di capire i suoi sudditi per governarli (e sfruttarli) al meglio. D’altra parte, il suo lavoro sul campo lo portava ad essere assai poco eurocentrico. E non a caso l’istituzione in cui insegnava, la celebre e anticonformista London School of Economics, è stata sempre la grande fucina di leader del Terzo Mondo: quelli che studiavano a Londra e poi tornavano in patria a fare la rivoluzione contro gli europei.
Da Londra, e dalle isole Trobriand, Malinowski iniziò a guardare con sempre maggior distacco quelli che erano stati i suoi maestri, come James Frazer. Non poteva amare quegli studiosi che parlavano del mondo primitivo collezionando, nei loro ovattati studi di Cambridge, vecchie relazioni di missionari. Né si sentiva in sintonia con la scuola partorita da Frazer, che spiegava il mondo mitico riconducendo tutto a riti di propiziazione della fecondità del suolo e della vegetazione. Era quella che un altro antropologo, Andrew Lang, chiamava ironicamente «la scuola di mitologia del Covent Garden»: al Covent Garden, allora, c’era il mercato degli ortaggi. Né Malinowski credeva allo schema, anche frazeriano, del progresso della società dalla magia alla scienza, dalla superstizione alla ragione. Per lui, le società primitive erano governate da una logica ferrea, dove ogni elemento, anche quello per noi più assurdo, era funzionale all’ordine sociale.
Ma al di là delle dispute scientifiche, anche oggi l’aspetto più affascinante del libro resta la descrizione partecipe e dettagliata della vita dei trobriandesi (che intanto chissà che fine avranno fatto, saranno magari tutti obesi a furia di Coca-Cola e patatine). E anche il severo Malinowski sembra cedere a una nota di sogno quando descrive il paradiso come se lo immaginano gli indigeni: un regno dove si è tutti giovani e belli, si banchetta tutto il giorno e si fa all’amore in ogni maniera possibile.