Malore in carcere, Sofri operato d’urgenza

Riserbo sulle cause dell’emorragia. La solidarietà di Pannella: «Non mollare proprio ora». Pecoraro Scanio: «Si riapra subito il dibattito sulla grazia»

Stefano Zurlo

da Milano

È stato male nella notte fra venerdì e sabato, nella sua cella al Don Bosco di Pisa. Adriano Sofri è stato colpito da dolori acuti allo stomaco accompagnati da spasmi incontrollabili: immediatamente si è capito che le sue condizioni erano molto gravi. L’ex leader di Lotta continua è stato portato di volata all’ospedale S. Chiara dove all’alba i medici l’hanno operato per emorragia all’esofago.
Il paziente è rimasto sotto i ferri per tre ore, poi al termine dell’intervento, tecnicamente riuscito ma assai invasivo, è stato trasferito nel reparto di rianimazione. Nessuno vuole sbilanciarsi, almeno per ora, in previsioni temerarie e nemmeno filtrano notizie sulle causa del male che ha aggredito Sofri a tradimento, quasi senza preavviso, all’età di 63 anni. «Ci hanno detto di aspettare - dice il figlio Nicola - il rischio ora sarebbe quello delle infezioni che in questo genere di operazioni c’è sempre».
Nicola è stato il primo ad arrivare al capezzale del malato, insieme a Randi, la compagna di Adriano. Nel pomeriggio è giunto a Pisa anche Luca, l’altro figlio di Sofri. I familiari l’hanno visto solo per un attimo, mentre veniva trasportato in terapia intensiva. Poi sono rimasti in attesa di notizie, fuori dalla stanza in cui Sofri riposa, intubato e sotto l’effetto di sedativi.
È toccato al sindaco di Pisa Paolo Fontanelli raccontare ai giornalisti che qualche segno premonitore c’era stato: «Venerdì Adriano era già un po’ preoccupato: ero a pranzo con lui, ma aveva mal di stomaco tanto che ha mangiato in bianco come si fa tutti quando si ha un po’ di gastrite». In realtà la giornata è stata uguale a quelle che l’hanno preceduta: Sofri alle 9 del mattino è entrato nella biblioteca della Normale, dove ha l’incarico di catalogare i fondi Garin e Timpanaro, ed è rimasto al lavoro fino alle 19. A quell’ora è rientrato al Don Bosco ed è andato a letto. Verso le due i dolori, la corsa al S. Chiara e l’intervento. Poi l’attesa angosciosa degli amici e le dichiarazioni dei politici che, intorno al dramma di un uomo, riaprono l’eterno dibattito sulla grazia.
Sofri, condannato a 22 anni di carcere come mandante dell’omicidio del commissario di polizia Luigi Calabresi, è in cella dal gennaio 1997. Il suo caso ha diviso e continua a spaccare in due l’Italia. Lui si è sempre proclamato innocente e, con una punta di orgoglio scontroso e intransigente, non ha mai chiesto un provvedimento di clemenza. Centinaia di persone, però, hanno partecipato a staffetta ad uno sciopero della fame per chiedere la sua liberazione, caldeggiata anche da uno schieramento trasversale di parlamentari e intellettuali. La famiglia Calabresi ha sempre mantenuto un basso profilo, tenendosi lontana dalle polemiche e dalle liti ma questo non è bastato a far abbassare i toni. Il caso Sofri attraversa, come una faglia profonda, la coscienza dell’Italia contemporanea e perfino le istituzioni. Il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e il ministro della Giustizia Roberto Castelli hanno ingaggiato un braccio di ferro: Ciampi, come primo passo, vorrebbe concedere il perdono a Ovidio Bompressi, ritenuto il killer di Calabresi, Castelli si oppone e ha messo una sorta di veto. Uno scontro senza precedenti e insanabile, tanto che il duello è approdato davanti alla Corte costituzionale che nei prossimi mesi dovrà sciogliere, una volta per tutte, il nodo. Parallelamente le forze politiche non hanno mai trovato un accordo per chiudere la dolorosa stagione degli anni di piombo e mettere una pietra sui lutti e gli eccessi di quell’epoca. Anni e anni di discussioni non hanno modificato di una virgola la situazione, in perfetto stallo. Ora la malattia di Sofri potrebbe riaprire i giochi.
«Non mollare proprio ora - è l’appello lanciato da Marco Pannella, giunto in serata a Pisa per seguire l’evolversi della situazione - La marcia di Natale per l’amnistia, la giustizia e la libertà, che avrebbe dovuto abbracciare a Roma le sedi del Parlamento e del governo, è ancora ipotetica, ma comunque non potrebbe tenersi senza la partecipazione di Adriano». Il presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio invita «a riflettere seriamente sull’opportunità di riaprire il dibattito sulla concessione della grazia». E Piero Fassino invia «ad Adriano un abbraccio affettuoso e l’augurio di una guarigione rapida, che gli consenta di ritornare presto a lavorare, a scrivere e a riflettere insieme a noi».