Malpensa, scioperano anche i negozianti

Saracinesche abbassate, vendite ferme. Venerdì 29 febbraio i commercianti delle province di Milano e Varese chiuderanno i negozi per qualche minuto per protestare contro il soffocamento di Malpensa. Come a dire: ecco quello che rischiamo se l’aeroporto dovesse morire. La paralisi degli affari. Ci saranno striscioni e slogan: «Malpensa deve vivere. Facciamo valere la Lombardia».
«Il coro che si alza dalla Lombardia - commenta il presidente della Regione, Roberto Formigoni - è globale è intonato». Hanno protestato gli industriali. Sono scesi in campo i sindacati. Ora è la volta dei negozianti. E presto lo sarà anche dei tassisti, che annunciano una manifestazione pro Malpensa.
In difesa dello scalo si alza anche la voce di Confartigianato: secondo una ricerca, il 61 per cento degli artigiani e dei piccoli imprenditori segnala la mobilità come il principale problema da risolvere per poter lavorare. Le categorie chiedono quindi infrastrutture, non un depotenziamento dell’aeroporto. «È sufficiente pensare alla fiera di Rho Pero - spiega il segretario generale di Apa Confartigianato, Guido Cesati - e alle energie messe in campo da più parti per puntare all’affermazione del sistema fieristico milanese e lombardo, per capire quanto sia sbagliata la strategia di penalizzare Malpensa».
Insomma, tutti a loro modo scendono in campo per dire che l’aeroporto va salvato. Certo, le speranze rischiano di spegnersi da un momento all’altro. Soprattutto se si pensa che il taglio dei voli di fatto ha già troncato 127 collegamenti al giorno, 891 alla settimana. E sentir parlare di ammortizzatori sociali anziché di investimenti non è incoraggiante. È lo stesso Formigoni a usare parole di critica contro il decreto «mille proroghe».
«In realtà - osserva il governatore - gli ammortizzatori sociali sono limitati ai lavoratori diretti di Alitalia ed eventualmente, ma solo eventualmente, estendibili a quelli delle società aeroportuali come Sea. Non c’è un cenno ai facchini, ai commercianti: il governo se ne frega di loro». Ma la critica più grande che Formigoni fa a Palazzo Chigi è quella di essersi «rifiutato di inserire nel decreto il termine moratoria e rifiutando di citarla ha detto no alla stessa idea di moratoria».