Malumori nel partito

Nel partito il malessere c’è da tempo, ma ieri a certificare di un Pdl sempre più sfilacciato ci si è messa pure la matematica se per contare le prese di posizione a difesa del Cavaliere sulla vicenda Ruby erano sufficienti le dita di due mani. Poche, insomma, e la maggior parte caute perché il clima che si respira dentro il Popolo della libertà è teso da tempo. Così, se i big sono scesi in campo in sostegno di Berlusconi (da La Russa a Bondi, passando per la Gelmini, Romani, Cicchitto, Lupi e Santanché), le seconde e terze file hanno preferito restare a guardare.
D’altra parte, dopo il patto di non belligeranza siglato tra gli ex colonnelli di An da una parte e l’area di Liberamente dall’altra (Frattini, Gelmini, Carfagna e Prestigiacomo), al momento le insofferenze maggiori si registrano proprio nel pattuglione di deputati e senatori. Che si sentono trascurati dal Capo e lasciati a loro stessi. E che non sono insensibili alle sirene di un eventuale governo tecnico. Soprattutto molti di quei 43 senatori pidiellini di prima nomina (su un totale di 135) che se la legislatura arrivasse fino in fondo guadagnerebbero il diritto alla pensione.
Anche per questo, forse, è stato deciso di invitare tutti i parlamentari ed europarlamentari del Pdl alla Direzione nazionale che si terrà giovedì a Roma. Per cercare di coinvolgerli di più nell’attività del partito, visto che all’ordine del giorno c’è il tanto discusso regolamento per la formazione delle assemblee che eleggeranno i nuovi coordinatori regionali e provinciali e l’attività di tesseramento. Insomma, chi ha qualcosa da dire - e sulla carta sono molti gli scontenti di un metodo di nomina considerato troppo verticistico - potrà farlo.
Durante la direzione, però, si discuterà anche dei Team della libertà che dovranno nascere nelle 61mila sezioni elettorali del Paese. Un progetto cui stanno lavorando Dennis Verdini, Daniela Santanché, Michela Brambilla e Mario Mantovano. Una struttura «movimentista» che si affiancherà al partito e che preparerà il terreno nel caso, sempre meno improbabile, si andasse ad elezioni anticipate.
Patti di non belligeranza a parte - «il momento è delicato e se non siamo uniti salta tutto», hanno concordato i big del partito giovedì - restano però le perplessità di molti. Che in privato non nascondono il timore che si possa essere vicini alla resa dei conti e si lamentano di un Cavaliere che avrebbero voluto vedere più reattivo. Sul caso Ruby ma non solo. Ed è sintomatico come questa incertezza si stia riversando anche sulla lunga trattativa in corso con Fini sul lodo Alfano costituzionale.
Un lodo che non diventerà mai legge. Lo sanno bene tutti, tanto che ieri a Bruxelles Berlusconi non ha avuto esitazioni a lanciare l’ultimatum sulla giustizia. E allora perché si continua in una mediazione esasperante e inconcludente? Perché, spiega rigorosamente off the record un ministro di peso, «sono in molti a considerarla un canale per non rompere con lo schieramento finiano e continuare a tenere rapporti di buon vicinato se mai si dovesse aprire un’altra fase».
AdS