Tra mambo e pop un capolavoro colto e popolare

Come trasferire su una tavolozza di note i colori e gli umori d’una Los Angeles avvolta nella notte? Il chiacchiericcio dei deejay, le luci, i sogni, le solitudini e le forzose complicità. La civiltà del nord che s’allaccia a quella del sud, sotto la luna californiana. Ry Cooder condensa tutto ciò in Poor man’s Shangri-La, che apre il nuovo album di questo musicista colto e intrigante: esploratore appassionato di culture, chitarrista di inesorabile finezza, cantante di forte tensione intellettuale, anche se non di tecnica eccelsa.
Ovvio il risultato: Chàvez Ravine è un colto, screziatissimo, popolaresco e tuttavia ecumenico capolavoro. Improntato ad una latinità di frontiera che evita gli stereotipi di genere, apparentandosi via via con i lessici più svariati: la rumba e il mambo, certo, ma anche l’ariosa melodia pop di Don’t call me red e l’aura chicana di Corrido de boxeo, con la voce plebea di Lalo Guerrero, il basso di Mike Elizondo e l’accordion passionale di Flaco Jimenez. Altrove fanno capolino il blues, il jazz, il soul, il doo-wop, perfino le suggestioni cinesi di Chinito Chinito, e la poliedrica chitarra di Ry Cooder media e connette, assecondata da un superbo cast di musicisti. Tutti perfettamente coinvolti in un progetto che non disgiunge mai le urgenze della musica da quelle della teatralità: quasi un musical, in cui l’alternanza di canto e di «parlato» non è mai casuale, le atmosfere sonore evocano memorie di vecchio cinema e antropologie svariate. Sicché l’intenzione affabulatoria, il senso di vita vissuta e la pittura d’ambiente assumono importanza primaria, e al fascino di ritmi e suoni s’accompagna l’epico ritratto d’una civiltà.
Ascoltare per credere 3 cool cats, antica pagina di Lieber e Stoller reinventata con senso lancinante della storia ma anche calata in una sorta di realtà senza tempo, dunque attuale non meno delle prospettive «spaziali» di El U.F.O. cayò, che segue con i suoi campionamenti, le tinte metafisiche, le citazioni d’antan rilette con ottica avveniristica. E non meno senza tempo di It’s just work for me, emozionante, in cui Ry Cooder esibisce senza riserve la sua anima più «nera», per subito dopo svelare nelle attonite trasparenze di In my town - col pianoforte impressionista di Jack Terrasson - la sua anima più lirica.