Mamma assassina? Come me

La figlia dimenticata in auto appartiene alla nostra normalità. Ma così il rimorso è ancora più grande

Cosa ha fatto, Simona, che non avrei potuto fare anch'io? Anzi. Cosa ha fatto, che non ho fatto anch'io, più e più volte? Come quando andai a scuola a prendere il mio bambino con l'incarico di prelevare anche due altri bambini, figlio di vicino di casa, e io presi gli altri due, diligentemente, ma dimenticai mio figlio a scuola. O come quando mi accorgo all'improvviso di aver dimenticato per tanto tempo una persona cara molto malata, lasciandola senza una telefonata. Simona ha pagato il prezzo esorbitante della morte di Maria, ma chissà in quanti abbiamo dimenticato da qualche parte un figlio addormentato.

Ne hanno parlato tanti grandi scrittori, primo fra tutti Luigi Pirandello. Simona non ha colpa, se non quella - lieve - di una dimenticanza. Una molla che non scatta, un automatismo che non parte, un click che salta.

Eppure, al tempo stesso, non può esistere rimorso più grande di questo. Se avessi accoltellato mio figlio non mi sentirei così distrutto. Perché mentre accoltello mio figlio io, nonostante tutto, so che esiste, e lo uccido proprio per questo, e una volta che l'avrò ucciso continuerò a saperlo. Ma una morte come questa è stata preceduta da un'altra morte, di cui anch'io ho fatto esperienza, e con me molte altre persone.

L'altra morte di cui parlo è questa: che, per un istante, la persona più cara del mondo (e chi può essere più caro di un figlio?) non è esistita. Quando tornai a prendere mio figlio a scuola lo trovai che stava giocando. Ma il ritrovarlo fu per me qualcosa di miracoloso, così come è un miracolo quando, pieno di sensi di colpa, telefono alla persona malata e sento ancora la sua voce che dice «ciao». So che non me lo merito.

Questa è la colpa più spaventosa che ci sia. Pochi sono capaci di uccidere volontariamente: sono persone distrutte, sfregiate nella loro umanità. Ma di lasciar morire Maria siamo capaci tutti, pur essendo persone umane, bravi insegnanti, professionisti coscienziosi, genitori amorevoli. Tutti, perché quella dimenticanza, quella cancellazione dell'esistenza appartiene alla normalità di ciò che siamo, ed è perfettamente inutile scomodare depressioni, esaurimenti e stress (tutte parole che servono quasi sempre per mascherare la nostra ignoranza).

È un silenzio sull'essere, di cui siamo fatti. Non sono soltanto eclissi momentanee della capacità di attenzione (questo è solo l'aspetto etico del problema): sono momentanee fuoriuscite di una capacità di nullificazione della realtà, che fa parte di noi sempre, anche quando stiamo attenti. La Chiesa l'ha chiamato «peccato originale». Una ferita, un buco nero presente dai millenni.

Ma noi non siamo soltanto questo. Siamo anche e soprattutto qualcosa di buono, qualcosa che è fatto per vivere, per gioire, per vedere la luce, per amare, per stare in pace.

Ecco perché mi sento di dire, a Simona ma prima ancora a me stesso, una cosa molto semplice. Non è giusto che una brava famiglia venga distrutta per sempre da questo dolore. Il dolore è immenso, ma la distruzione non deve esserci, e io auguro anzi a Simona e a suo marito Sergio di poter avere altri figli e di non richiudersi nel dolore, che dopo un po' si trasforma nella farsa di se stesso, in un partito preso e nient'altro.

Simona non ha ucciso Maria! Ha pagato un prezzo che tutti potremmo pagare, sempre. Ma non ha ucciso Maria. L'evidenza, la spropositata evidenza, qui, è un'altra: è che un figlio non è mai qualcosa di «nostro», così come noi non siamo «nostri». La grande stortura, la vera malattia è quella che si è instaurata nella nostra cultura allorché abbiamo cominciato a crederci signori e padroni del nostro destino.

La sorte della piccola Maria ci appare assurda perché non ci appartiene: non ci appartiene per la stessa ragione per cui niente ci appartiene. È talmente «altra» da noi che noi non comprendiamo.
La nostra brama di dominio ha chiamato «nulla» questo mistero da cui veniamo e da cui dipendiamo. Ma è una parola falsa, come «stress» ed «esaurimento». Quel mistero si è fatto conoscere, è diventato un uomo morto ingiustamente su una croce: si chiama Gesù Cristo, ed è risorto per dirci che il male, per quanto atroce, non è per la nostra perdizione.