Mamma carissima, non sai quanto ti odio

Un tormentato rapporto fra una madre e una figlia è al centro dell’ultimo libro di Paola Calvetti. Quasi un giallo

Montevecchia esiste realmente. È un paese di duemilacinquecento anime, in provincia di Lecco: mezz’ora di strada da Milano per raggiungere l’ultimo lembo di Brianza ancora non totalmente invaso dai capannoni industriali. Il fatto che Paola Calvetti abbia ambientanto in un paese reale e vicino alla città in cui vive il suo ultimo romanzo (Perché tu mi hai sorriso, Bompiani, pagg. 209, euro 14,50), fa sì che il lettore si senta autorizzato a considerarlo un libro autobiografico. Cosa che infatti è. O non è. O è in parte. Autobiografia e invenzione sono, nei romanzi della Calvetti, inestricabilmente intrecciati.
Meglio non curarsene e seguire il filo affabulatorio srotolato dalla protagonista Nora Cogliati che, guarda caso, è una donna della stessa età dell’autrice, piccolina, ansiosa e con grandi occhi scuri, ha una figlia adolescente, un marito paziente, un grande amore alle spalle, una madre malata e un groviglio di interrogativi dentro di sé. E poi ha una divorante passione per la musica. Da De Gregori a Cat Stevens, da John Lennon a Neil Young, dai Police a Schumann, da Ravel a Mozart, la musica è - un po’ come in High fidelity di Nick Hornby - la colonna sonora del romanzo, scandisce momenti e situazioni, segna anni e date di una narrazione che ruota intorno ad un irrisolto rapporto madre-figlia.
Nora Cogliati compie un breve tragitto da Milano a Montevecchia via Cernusco Lombardone proprio per recarsi ad assistere la madre, sofferente di una malattia rara che non le lascia speranze. È mossa dal dovere e dall’affetto filiale, ma non solo. L’assistenza alla malata è un pretesto per una fuga dalla prigione domestico-professionale-familiare-affettiva che il tempo le ha inevitabilmente costruito intorno. È un tentativo di trovare la soluzione alle domande che da anni pone al proprio analista. Ma la casa dove la madre si è ritirata per l’ultimo soggiorno è anche quella dell’infanzia di Nora, è una vecchia casa di famiglia, dannata e fatata come tutte le vecchie case di famiglia, dove sono depositati brani di vita, rimasti lì come cumuli di giornali ingialliti, la cui carta ormai secca, una volta toccata, va in briciole.
Non è consolatoria, la casa di Nora (il nome ibseniano non è forse del tutto casuale), anzi carica di ombre. E il confronto con la madre - ormai prigioniera della malattia, vigile ma incapace di comunicare - porta alla luce grumi amari di risentimenti, macchie di dubbi tormentosi e stagionati rancori. In questa sorta di Shining lecchese, Nora precipita negli incubi, crede di scoprire tremendi segreti familiari, occultati per anni. L’odio-amore per la madre tocca punte di lancinante dolore.
Abilmente l’autrice innesta il giallo nel romanzo. E lo fa in punta di penna, togliendosi la soddisfazione di un coup de théâtre finale dove occhieggia persino un filo di ironia. Usa una lingua asciutta, che ha perso per strada - dall’esordio della scrittrice ad oggi - molti fronzoli e compiacenze, diventando assai più «scabra ed essenziale» per guidare il lettore lungo le pagine di quello che è forse il suo miglior romanzo.