Mamma in coma, bimbo lotta per non morire

Paola Fucilieri

da Milano

È possibile confrontarsi con qualcosa peggiore della morte? Qualcosa di talmente drammatico da diventare insostenibile? Sì: è la vita priva di vita del coma profondo. La morte eterna che non si può piangere e seppellire, con un dolore che potrebbe non avere mai fine. Lo deve aver pensato a lungo anche quel poveruomo che un mese fa si è trovato al reparto di neurorianimazione dell’ospedale Niguarda ad assistere l’adorata moglie - una 38enne, incinta di 20 settimane del loro primo figlio - piombata in coma irreversibile in seguito a un’emorragia cerebrale. Un marito che si sente improvvisamente vedovo. E che, come capita spesso in situazioni disperate, è riuscito ad emergere dalla valanga di dolore che lo aveva sommerso. Ha quindi rielaborato questa morte in qualcosa di meraviglioso e da cui era pronta a nascere una nuova vita: quest’uomo ha deciso che voleva comunque diventare padre. Così ha chiesto ai medici di Niguarda di fare tutto quello che era umanamente possibile per far venire alla luce quell’esserino che, inconsapevole di tutto, nel ventre della sua mamma addormentatasi per sempre, continuava a crescere e svilupparsi.
Davanti a casi come questi i medici non sanno mai bene cosa dire ai parenti. Anche perché le parole non servono più e il termine «vegetale» è il più crudo e, al tempo stesso, il più esatto per descrivere lo stato irrecuperabile in cui è piombata la persona cara. Tuttavia al Niguarda sono specializzati in casi spesso considerati mission impossible. E quando le statistiche segnalano che è l’ospedale con il più alto numero di decessi, i medici sorridono scuotendo la testa perché sono ben consci che è lì, al Niguarda, che finiscono molti casi considerati senza speranza. Il che significa che morire al Niguarda vuol dire che è stato tentato tutto. E di più.
Così i medici e tutto il personale dei reparti di neurorianimazione e di ostetricia del Niguarda hanno unito forze e professionalità per tentare con ogni mezzo di far venire alla luce, e bene, il piccolo. Tenendo le bocche rigorosamente cucite e trincerandosi dietro dei no comment che la dicono lunga: il caso di questa mamma che già non c’è più e di un bambino che potrebbe non essere mai tale, tiene tutti con il fiato sospeso. «Nessuno ha diritto di entrare, neanche in punta di piedi, in una vicenda così delicata seppure meritevole di essere raccontata per il messaggio di grande speranza che lancia nonostante il contesto tragico in cui sta maturando» sostengono quasi all’unisono al Niguarda i pochi che sono a conoscenza di questa vicenda. Perché, se da una parte è comprensibile che l’uomo che vuol diventare papà non desideri che la sua storia diventi di pubblico dominio, dall’altra è anche vero che, soprattutto per i medici è anche una scommessa enorme: far nascere una vita da un corpo ormai spento. Un messaggio di grande speranza nel suo contesto tragico.
«In letteratura medica, infatti, si conoscono attualmente pochi casi che abbiano avuto un lieto fine: per quanto possa essere sano e giovane il corpo di questa madre è pur sempre quello di una donna in coma, che non potrà avere una normale gestazione», ci spiegano invece in un altro ospedale milanese, al Policlinico. E aggiungono: «In effetti se dal punto di vista medico-legale non ci sono problemi perché è il padre - e solo lui - in queste situazioni, ad avere la patria potestà, dal punto di vista strettamente ostetrico si tratta di una vicenda molto difficile da gestire. Non dimentichiamo che, per motivi del tutto comprensibili, la donna in questione non potrà mai avvertire i segnali del travaglio e tutte le decisioni spettano quindi ai medici. Toccherà a loro seguire con attenzione la salute del bimbo in grembo e decidere il momento opportuno per farlo nascere. E ovvio, infatti, che in casi come questi si ricorre a un taglio cesareo molto prima dei nove mesi canonici. Il cuore della mamma può spegnersi in qualunque momento e quindi appena è possibile bisogna far nascere il piccolo. Tuttavia se la donna, nonostante le sue condizioni, viene alimentata regolarmente e se i suoi parametri ematochimici sono buoni, non dovrebbero esserci particolari problemi: il bambino si nutre del sangue della mamma, non del suo cervello. E poi..Poi se tutto procede regolarmente la natura di solito riesce sempre a dare una buona mano».