«Mamma è a letto ammalata Invece Boris l’aveva già uccisa»

Parla la compagna di Boris Zubine, l’uomo che l’estate scorsa ha fatto a pezzi la madre

Enrico Lagattolla

«La porta della camera da letto dove dormiva la signora Arena era sempre chiusa, a me non era permesso entrare. Boris diceva che la madre voleva stare tranquilla, pensavo fosse vero. La televisione era accesa, la sentivo dal corridoio, e Boris continuava a portarle da mangiare». Maria Arena, in quella stanza, non c’era già più. Uccisa e fatta a pezzi dal figlio Boris Zubine. I resti, in cantina. Era l’estate del 2004. Per la prima volta parla Marinella Russo, l’ex convivente dell’uomo. Ricorda l’incontro con Zubine, il rapporto con la vittima, i giorni che precedono l’omicidio e quelli che seguono. «Io credo a Boris». Questo è il racconto.
L’incontro. «Ho conosciuto Boris il 19 aprile del 2000 (all’epoca era in semilibertà, ndr), alla ditta meccanica Ital. Lo ricordo bene perché non dimentico le date che lo riguardano». Zubine, che in quella ditta lavora come operaio, si avvicina a Marinella. Ragazza difficile. «Da quando avevo dieci anni soffro di depressione. Ho cominciato a isolarmi, senza più voglia di vivere. Boris è l’unico che mi abbia aiutato».
Il ritratto di Boris. «Conosco Boris più di tutti, è un uomo gentile e comprensivo. È la prima persona che mi ha dato il sorriso». La sua sponda, perché «il rapporto con i miei genitori è pessimo, loro odiano Boris a morte, come odiano tutti quelli che cercano di aiutarmi».
L’allontanamento dalla famiglia. «Sono scappata di casa, mi sono trasferita da sua madre. Era il 4 maggio 2001». Da Maria Arena «ci siamo rimasti un mese, ma sempre più spesso litigavamo». Dicembre 2003. Zubine esce dal carcere dopo aver scontato 17 anni per l’omicidio di Carlo Vittorio Ronchetti, suo ex socio in affari. «Fino a febbraio del 2004 vado in un pensionato, a sue spese».
Marinella, Boris e Maria Arena. La convivenza. «La madre di Boris non era capace di dare affetto, e lui quell’affetto lo cercava da me. Pensava che tutte le donne rovinassero suo figlio, sapeva del nostro rapporto e non lo approvava». Ancora, «con la signora non parlavamo quasi mai. Mi insultava, anche in presenza di Boris. Lui mi difendeva, ma senza scatti d’ira. Boris non era proprio tipo da avere reazioni del genere, non era capace di fare male a nessuno».
L’omicidio. «Non so nulla. Boris ha voluto tenermi all’oscuro di tutto, credo l’abbia fatto per tutelarmi».
Il raptus. «Qualcosa dev’essere scattato. Sono sicura che in quel momento Boris non fosse in sé».
La data. «Un giorno non l’ho visto per circa sei ore, forse è quello il giorno in cui ha fatto a pezzi la madre. Era il 21 giugno».
I colpevoli. «Non so se abbia fatto tutto da solo, fisicamente era forte ma l’ho sempre visto col braccio fasciato».
La scomparsa del cadavere. Ancora la camera da letto di Maria Arena. «Poi la porta si è aperta, ho visto che la signora non c’era più. Boris mi ha detto che era stata male, e che l’aveva portata all’ospedale Niguarda. Ed è capitato che ci andassimo, all’ospedale. Lui entrava, io lo aspettavo fuori».
La fine. «È estate. Dalla cantina cominciava a salire l’odore, ma Boris mi diceva che era colpa degli animali, e per me era vero. Il 19 luglio invece sono arrivati i carabinieri, sono scesi in cantina e hanno aperto i sacchi dove si trovavano i resti della signora Arena».
Il memoriale. Consegnato da Zubine al pubblico ministero nel settembre del 2004. «L’ho letto, è inquietante. Io conosco una persona, ma da quelle pagine viene fuori che ce n’è anche un’altra. Con me Boris non ha mai alzato la voce né mi ha mai picchiata. Sono convinta della sincerità del suo sentimento, non ha mai avuto interesse per i miei soldi, né ha mai abusato di me. Dovevamo sposarci nel gennaio del 2002, ma non è stato possibile: in Italia non esiste il suo atto di nascita».
Il processo. «Gli ho chiesto di dire la verità. Voglio aiutarlo, sono ancora la sua fidanzata».