«Mamma mi voleva ambasciatore ma seguii le orme di papà Steno»

Lo sceneggiatore Enrico Vanzina si racconta e dà un «consiglio» a Benigni e Verdone: fatevi dirigere

Cinzia Romani

da Roma

Caro Enrico Vanzina, visto che suo fratello Carlo, il vero regista della coppia, sta facendo i sopralluoghi per il vostro prossimo film, racconta lei per entrambi qualcosa del rapporto tra la vostra famiglia e il cinema?
«Io personalmente non volevo per niente fare cinema. Assolutamente. Volevo fare lo scrittore e basta».
Ma come, con papà Stefano, in arte Steno, regista dei film di Totò e di tante pellicole «leggere» di successo, da Guardie e ladri a Susanna tutta panna, ci si aspetterebbe un’influenza diretta...
«E invece sono diventato regista per via di mia madre. Lei voleva a tutti i costi che facessi l’ambasciatore».
L’ambasciatore?
«Sì, era una pazza e mi vedeva bene come diplomatico. Così, dopo gli studi liceali allo Chateaubriand di Roma, sono stato spedito a Parigi, a studiare Scienze politiche. Ma il destino ci mise le mani e la tesi di laurea l’ho discussa in Perù, a Lima. È stato lì, durante un ricevimento ingessato, che capii che le feluche non erano il mio brodo».
Che cosa non le piace, del mondo diplomatico?
«Trovo gli ambasciatori un po’ buffi, comici addirittura quando vogliono risultare simpatici, mantenendosi seri. La mia avventura nel cinema è iniziata, paradossalmente, più per reazione al tentativo folle di mia madre d’indirizzarmi verso una professione “seria”, che per il mestiere già avviato di mio padre».
Ma in che senso mamma Vanzina era «matta», per usare la sua espressione?
«Aveva le sue idee, il suo carattere. E nutriva diffidenza nei confronti del cinema, con i suoi mestieri precari... Considerava il lavoro del regista troppo incerto. Nel dopoguerra, del resto, aveva vissuto a fianco di mio padre la grande epopea delle nostre vicissitudini economiche. Mamma era una borghese un po’ bizzarra. Un’estroversa che diceva pane al pane e vino al vino. Tant’è che a diciotto anni m’invitò ad andarmene di casa, per rendermi autonomo. Andai ad abitare con gli amici. Ma siccome lei lanciava il sasso e nascondeva la mano, da madre italiana si pentì subito di avermi spinto fuori dal nido».
Insomma, era Un ciclone in famiglia, per citare il titolo della vostra serie tv...
«Tra breve ripartiamo con le sei puntate del Ciclone. Sempre con gli stessi attori: Massimo Boldi, Barbara De Rossi, Monica Scattini, Maurizio Mattioli. Ci troviamo bene a lavorare insieme».
Date le difficoltà, ancor oggi incontrate dai registi italiani, si sente di dar ragione a sua madre?
«Il nostro è un lavoro complicato, lo riconosco. Anche io, oggi, sconsiglio i giovani di intraprendere questo mestiere. Il cinema è il peggiore business del mondo. Occorre forza di carattere, autonomia. Prendiamo gli attori: non puoi essere l’attore numero cento, devi essere tra i primi venti o fai una vita d’inferno. Questo vale anche per i registi».
Incontra molti aspiranti registi?
«Ora c’è un paradosso: tutti parlano di cinema, vogliono fare i registi, ma non vanno in sala a vedere i film, né studiano i lavori dei maestri! Per dirla con Marcello Marchesi: non hanno niente da dire, ma lo vogliono dire per forza. E poi aborrono la gavetta, non sono umili. Ignorano il concetto di bottega. E invece bisogna andare a bottega».
Che ricordo ha di suo padre Steno, che pure l’avrà influenzata?
«Lui di sé diceva d’essere un metteur en scène. Era un signore che faceva il cinema in giacca e cravatta. Si alzava alle cinque del mattino, arrivava puntualmente sul set e ci ha lasciato capolavori, senza annunciarli. Io odio i capolavori annunciati».
Che padre era Steno?
«Molto presente. Fondamentalmente era un disegnatore, lavorava al Marc’Aurelio e la sera, da piccoli, ci disegnava delle storie, facendo piccole caratterizzazioni dei personaggi, che via via ci spiegava. Procedeva lungo la strada dell’accumulo. Questa storia dei disegni, prima di addormentarci, sicuramente ci ha insegnato a metterci a disposizione del pubblico, per raccontare».
State già lavorando al vostro prossimo film di Natale?
«Sì, Carlo è in giro per le location, io mi concentro sul resto. Il film s’intitolerà Olè e già si capisce che andremo a girare in tutta la Spagna, a partire da giugno, tra Toledo e Madrid, Avila e Siviglia. Ovviamente, andremo anche a Ibiza».
Boldi e De Sica si sono spartiti il cinepanettone, dopo uno storico litigio. Ma i Vanzina sono amici di entrambi...
«Sì. Tuttavia ci hanno costretto a scegliere e noi ci siamo “schierati” con Boldi. Che insieme a Vincenzo Salemme dovrà dar vita a una storia leggera, a un film di fantasia sui sogni. Poi, è la prima volta che Salemme, ottimo attore di teatro, si lascia dirigere. E qui tocchiamo un altro tasto dolente».
In che senso?
«Il cinema è un lavoro di gruppo: ci vuole collaborazione, ognuno porta qualcosa. Invece oggi il regista fa l’attore protagonista e poi lo scenografo, il soggettista, si scrive le musiche... Ma per Guardie e ladri ci vollero due registi, mio padre e Monicelli e due attori, Totò e Fabrizi. Sarebbe meglio che Verdone si facesse dirigere, o Benigni interpretasse film, senza stare dietro alla macchina da presa. Oggi basta che fai Zelig in tivù e diventi subito attore».