La mamma muore in casa Il figlioletto di 3 anni la veglia tutta la mattina

Dramma familiare a Como: la donna è crollata in bagno e il piccino le si è seduto accanto
portando i suoi giocattoli. Fino a quando non è arrivato il papà

È il contesto che è completamente sbagliato. Ed è per questo, forse, che fila rapida e precisa come una freccia al centro del cuore, questa storia, e fa così male. Fosse accaduta in Bosnia, ai tempi della pulizia etnica; o a Dresda, sotto i bombardamenti alleati, o nell'Irak della guerra civile, forse sarebbe stata meno dolorosa, perfino più comprensibile, mi si passi l'enormità. C'era la guerra, uno potrà sempre dire, nel ricordo, per consolarsi di aver perso nel modo più barbaro un figlio, la madre, un fratello. E nella guerra, la più incongrua, la più atroce delle invenzioni dell'uomo, si sa com'è. Quando il Male è padrone della scena, e la morte è ovunque, e la vita è una variabile incoerente, può accadere ogni cosa. Soprattutto l'imperdonabile.

Ma così, questa giovane madre che cade morta all'improvviso, nel bagno di casa, senza bombardamenti in corso, senza proiettili vaganti, e il figlioletto di tre anni che si siede accanto a lei, dopo aver radunato accanto a quel corpo amato il suo Winnie the Pooh, il suo Action man e le sue automobiline, per giocare accanto a quella che crede la mamma addormentata: una storia così -il dramma a far da fondale a un'immagine perfino dolce, struggente nella sua amorosa quotidianità- sembra inventata da uno spirito malvagio. Da uno di quegli scrittori americani che si imbottiscono di incubi e poi li riversano nella testa di chi le sue angosce gli sembran poche, e ha bisogno di uno spavento in più.

La scena: un condominio come ce ne sono tanti in uno qualsiasi dei paesi che punteggiano la Lombardia. Qui siamo nella cintura comasca, a Limido, in via Ungaretti. È metà mattina. In casa, in questa casa visitata dalla sventura si sentono solo i versi di un bambino piccolo che sta giocando. Blatera, ridacchia, fa come il verso di un camion che si arrampica su una salita; poi eccolo a bordo di una macchinina da corsa che derapa in curva. La camera da letto dei genitori è già in ordine, sul tavolo della cucina gli avanzi della colazione, una tazzina con un fondo di caffè, il vasetto del miele e della marmellata, la tv accesa che rimanda gli allegri imperativi di una pubblicità che consiglia un ovetto di cioccolato e le salsicce di tacchino. Poi il telefono comincia a suonare. Suona a intervalli regolari, ma nessuno risponde.

«Così, alla fine, preoccupato, inquieto, ho chiamato i vicini», racconterà più tardi il padre di Iker, tre anni, strano il suo nome e strano anche quello della mamma, Isabel Wakefield, che aveva 32 anni e il destino se l'è portata via in un soffio, senza un perché, una orrenda e grigia e piovosa mattina di novembre.

Isabel, nata da genitori inglesi a Barcellona, in Spagna, era malata di diabete da sei anni. E se sia stata questa malattia subdola e feroce la causa scatenante del malore che l'ha stroncata all'improvviso, nessuno sa. Isabel è venuta giù senza un lamento, pestando forte il viso e la testa. «Io sono uscito di casa tutte le mattine alle 6.20 per andare a Milano. Faccio l'idraulico…» E' il racconto di Davide Vaccariello, il marito di Isabel. «A quell'ora, mia moglie e il bambino dormono. Isabel si alza intorno alle 8, fa le sue cose e poi porta il bambino alla materna. L'ho chiamata alle 10, poi alle 10.30, poi alle 11. Poi di continuo fino a mezzogiorno. No, non mi sono allarmato subito. Ho pensato che avesse il cellulare spento, o scarico. E poi, anche alla materna: Iker non era stato bene, per quattro giorni non l'avevamo portato, così a scuola nessuno ha notato l'assenza di mia moglie; nessuno ha pensato di avvisare. Quando ho pensato di chiamare un mio vicino, chiedendogli di fare un salto da me, a controllare, era già mezzogiorno».

Il resto è scritto nei verbali dei carabinieri, nel brogliaccio del medico legale e degli infermieri arrivati con l'ambulanza. Iker l'hanno trovato lì, circondato dai suoi giocattoli, stranito di fronte a quegli uomini coi calzoni arancione, accanto alla mamma che dormiva. E insomma, cosa c'è che non va? dicevano i suoi occhi sgranati. La mamma si è addormentata, e allora per non svegliarla ho cercato il mio Winnie the Pooh, il mio camion col rimorchio. No, davvero, cosa c'è che non va? diceva la sua bocca muta, guardando quegli sconosciuti.