Mamma scopre l’orrore in tv Il papà: «Forse è colpa mia»

Igor Traboni

da Sora (Frosinone)

«Figlio mio, figlio mio, che t’hanno fatto, dove sei finito?». Sono le 17 di ieri quando la signora Teresa inizia ad urlare le sue parole, come una litania, dopo aver ascoltato al telegiornale la notizia di due alpini coinvolti in un attentato a Kabul. Si parla ancora di due militari feriti, ma il cuore di mamma intuisce che il suo Luca è rimasto laggiù in quella terra lontana, che non tornerà più. Poco dopo un generale dell’Esercito bussa a casa della famiglia Polsinelli, alla periferia di Sora, cittadina a trenta chilometri da Frosinone, per dare il mesto annuncio.
È finita così, a 29 anni, la vita di un giovane che fin da bambino aveva il solo, grande desiderio di indossare una divisa: carabiniere il papà Emilio, ora in pensione, carabiniere il fratello Eugenio, di un anno più grande, maresciallo a Frascati. Luca, invece, stravedeva per gli alpini. «Forse, essendo militare, può darsi che gli abbia dato io l'esempio e quindi la voglia di partire e di impegnarsi in situazioni anche ad alto rischio» dice adesso triste Emilio Polsinelli, il papà. Appena il tempo di diplomarsi al liceo scientifico e subito a Viterbo, alla scuola sottufficiali. Poi la destinazione a Cuneo, inframmezzata da tre missioni all’estero, due in Bosnia e una in Kosovo. «Amava il suo lavoro - raccontano i vicini - perché per lui era davvero una missione, amava aiutare la gente. Un ragazzo d’oro, ogni volta che partiva era entusiasta, come un ragazzino. Veniva a salutarci a uno a uno, si faceva tutto il vicinato, e ripeteva che non andava a fare la guerra, ma ad aiutare gente che aveva bisogno. Quando tornava a Sora, rifaceva il giro delle case dei vicini, per raccontarci quello che aveva visto, quello che aveva fatto. La missione che ricordava con più gioia era quella in Kosovo, perché lì si era reso utile soprattutto con i bambini. Raccontava che stavano male, che non avevano niente, che avevano freddo in mezzo a tutta quella neve e che lui cercava di aiutarli come poteva, anche con un sorriso e qualche caramella».
Da qualche mese Luca aveva espresso il desiderio di avvicinarsi a casa e così, dopo tanti anni di onorato servizio, a febbraio era arrivato il trasferimento a L’Aquila, neppure un’ora di auto da Sora, 9º Reggimento Alpini. Il 18 aprile la partenza per una nuova missione, questa volta in Afghanistan. Le vacanze di Pasqua le aveva trascorse in famiglia e poi in città, con gli amici. Uno di loro racconta un altro particolare: «Per molto tempo era stato con una ragazza, poi l’aveva lasciata. A noi aveva detto che non se la sentiva di avere un legame più saldo, almeno fino a quando non avesse smesso di fare quella vita da militare in giro per il mondo. Ma era la vita che lui voleva, per aiutare il prossimo».
Un altro amico mostra una cartolina illustrata, arrivata appena tre giorni fa da Kabul. «Ci vediamo presto» e sotto la bella calligrafia di Luca. Casa Polsinelli intanto è mèta di un pellegrinaggio silenzioso: le autorità locali, ma soprattutto tanta gente comune, i tanti amici di Luca. Arriva anche il Vescovo di Sora, Luca Brandolini: «Ricordo bene quel ragazzo. Quando lo cresimai gli chiesi il nome e dopo scherzai con lui: mi raccomando, ti chiami Luca come me, tieni in alto il nostro nome. Poi l’ho rivisto diverse volte, un bravo ragazzo, una famiglia d’oro». Il pellegrinaggio silente prosegue, interrotto solo dalle urla di mamma Teresa. La aiutano a calmarsi, ma non ha parole che per il suo Luca: «Non doveva succedere, non deve più succedere a nessuno».