Una mamma senza più lacrime sola in mezzo alla folla che la bracca

La via Crucis di Rita Poggi ogni giorno assediata da telecamere e taccuini

nostro inviato a Garlasco (Pavia)

Sta per mettere in moto, ma ha un ripensamento. Preme il pulsante che apre il finestrino della Renault Scenic grigia e trattenendo il dolore che le inonda il viso mormora: «Sono solo una madre che ha perso la figlia». Una mamma che non ce la fa più, una trottola sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori e i riflettori dei media. Alle cinque del pomeriggio Rita Poggi lascia la casa di riposo Sassi dove con incrollabile cadenza quotidiana va a trovare l’anziana madre. E a evocare un briciolo di normalità. È sola, cammina per le strade di Gropello Cairoli, il paese in cui lavora, impiegata al municipio, e che un po’ la retrovia di questa tragedia.
Di botto, vede sul marciapiede davanti a lei una pattuglia di cronisti e curiosi e ancora da lontano, quasi impaurita, prova a fermarli: Lasciatemi stare», «non mi seguite». Le mani protese a difendersi.
Sale sull’auto, infila la chiave nel cruscotto, in un attimo lascia trasparire la sua solitudine. Tutte le cronache di mezza estate ruotano attorno alla tragedia che l’ha colpita, ma lei è altrove. Prigioniera del dolore. E stordita da tutti gli ingranaggi che si sono messi in moto.
Le domande rimbalzano, anche la più difficile: signora sa nulla della riesumazione del corpo di una figlia? «Sapete più cose voi di noi della famiglia», è la replica. C’è un attimo di incertezza, la donna ha un’aria stanchissima, la sua via crucis va avanti ininterrotta da dodici giorni, lei vorrebbe solo riconquistare uno spicchio della vita precedente: «Vi prego, dovete abbassare i toni, lasciateci respirare, non ce la facciamo più». Dalla cerchia dei parenti filtra proprio questo bisogno di routinarietà: i Poggi vorrebbero rientrare nella villetta di via Pascoli, il luogo del delitto, e riappropriarsi almeno della casa profanata dal’assassino e dall’attenzione spasmodica dei media. Ma ogni passo, anche il più piccolo, diventa una fatica improba in questo contesto.
Sta per girare la chiave e partire, ma poi preme il bottone e finalmente si foga, sia pure per un istante: «Sono solo una madre che ha perso la figlia. Una madre finita in questo turbine». Un turbine che ha almeno tre lati: la morte insopportabile di una ragazza, il giallo che s’infittisce e diventa un rompicapo, il reality show che rischia di travolgere tutto come un’onda anomala. Se lei è la mater dolorosa, e se i carabinieri che accatastano gli indizi rappresentano il bisogno di giustizia e di razionalità, le due nipoti Paola e Stefania sono le icone del reality sfrontato che puntuale come un orologio svizzero s’insinua alle tre in punto a pochi chilometri di distanza, nella piazza di Garlasco. Scendono da una Smart e destreggiandosi fra una selva di microfoni e telecamere raggiungono i portici che fanno tanto vecchio Piemonte, sfiorano le vetrine dello storico Caffè Gobbi, quartier generale dei giornalisti, e s’infilano su una scala che porta a casa della nonna. Due visite ai parenti, due gesti quasi uguali, consumati ad una manciata di chilometri l’uno dall’altro, eppure lontanissimi per le suggestioni che evocano. Il rito disperato di Rita Poggi, l’inevitabile passerella delle due sorelle che hanno calamitato perfino Fabrizio Corona.
Non aprono bocca le gemelle, nemmeno davanti alla più insolente delle teledomande lanciata da una cronista: «Vi abbiamo mostrificato?». La madre di Chiara comunica con poche sillabe il peso che la sovrasta e la solitudine che l’accerchia: «Rivolgevetevi all’avvocato Tizzoni, parlate con lui, lui vi dirà. Sono solo una madre che ha perso la figlia».
Ci sarebbe da chiarire il capitolo dei rapporti con la famiglia di Alberto, il fidanzato che al funerale si stringeva ai genitori della sua ragazza ed ora è l’indiziato nunero uno. Il tamtam dice che, nonostante tutto, il filo del rapporto fra i Poggi e gli Stasi non si è interrotto; lei, quando sente nominare il cognome di lui, si porta le mani sugli occhi. Forse vorrebbe piangere. Non ce la fa. E poi anche le lacrime finirebbero nella vetrina mediatica, esposte senza alcuna protezione, interpretate come i fuori onda della Franzoni.
Alle cinque del pomeriggio, Rita Poggi se ne va con il suo dolore trattenuto, i suoi dubbi e le domande che devono frullarle in testa. Sempre più sola, in mezo al frastuono che la circonda.