«La mamma di Zelig è nata in casa dagli sms di mia figlia»

da Milano

«Chissà perché tutti pensano che la verve accompagni il comico per tutta la giornata. Ma io non ho sempre lo spiritello burlone, anzi, ne ho più spesso uno catastrofico. E subisco anche gli “sbroffi” di timidezza. Più stimo una persona più, in sua presenza, divento inadeguata. Una volta mi presentarono Pedro Almodóvar, un idolo per me. Non ho saputo dirgli altro che grazie grazie grazie, in venti toni diversi, alla fine quasi piangevo, che disastro». Angela Finocchiaro è una sorpresa continua, per generosità, garbo e rossori nonostante una carriera ultratrentennale tra cinema, teatro e Tv. Tanto tempo è passato da quando sprizzava allegra pazzia femminista al fianco di Maurizio Nichetti in Ratataplan, nel ’79, e la sua agenda è sempre più fitta: spopola sul palcoscenico di Zelig e presto la vedremo in due film per il cinema e in tre Tv movie su Canale 5. Quando si dice, un mostro.
Che cosa si aspetta da lei il pubblico, signora Finocchiaro?
«Per carità, mi sgomenta solo pensarci, riparto sempre da zero».
Com’è nata questa sua «mamma» accolta con entusiasmo nel cabaret della prima rete Mediaset?
«Il materiale era in casa, sia io sia il mio autore Walter Fontana siamo genitori di adolescenti, anzi ho avvertito mia figlia di stare in campana. Nei testi esasperiamo certe dinamiche, come l’abitudine che hanno i ragazzi di rispondere “niente”. Tra sms e messenger hanno mille strumenti di comunicazione e invece con noi non parlano e allora giriamo in chiave umoristica questo disagio».
Anche grazie a lei e a Enrico Bertolino, Zelig sta cercando di recuperare la comicità milanese che sarebbe andata perduta...
«Il concetto di comicità regionale mi terrorizza, anche se mi stanco acusticamente quando in Tv c’è troppa romanità. Per me l’umorismo è una luce che accende significati universali della vita ed esprime la salute di una nazione o di una città. Milano un tempo era più feconda, ma forse in questo momento è troppo sconvolta dai cambiamenti».
Nella fiction Suocere interpreta una nobildonna torinese costretta a imparentarsi con una popolana romana...
«Prendiamo un po’ di mira chi si rifiuta di uscire dal suo pollaio, ma un evento doloroso farà cambiare questa insopportabile signora. Il dolore è la spina dorsale delle storie migliori».
Un dolore trasforma anche il medico donnaiolo Patch Adams, al quale è ispirato il Tv movie Dottor Clown, nel promotore della terapia del sorriso. Il ruolo del protagonista doveva essere inizialmente di Gerry Scotti...
«Ho semi-assaggiato il Gerry attore di recente, ho fatto un’ospitata nel nuovo film tratto da Finalmente soli ed è stato molto simpatico... Il lavoro però funziona anche così com’è, glielo posso garantire essendo la capoinfermiera...».
Maurizio Nichetti debutta nella regia di una fiction tv, che ne pensa?
«Porterà al genere grinta e colore. Sul campo lo puoi abbattere solo a legnate. Poi Nichetti è allegro, coinvolgente, ha un senso dell’umorismo e un pudore dei sentimenti inedito in Tv».
Ha lavorato anche con Salvatores, Luchetti, Comencini, Ozpetek... C’è stato un momento in cui si è detta: «Questo è il regista dei miei sogni»?
«Al contrario, mi sento felice e grata perché di incontri ne ho fatti tanti. Anche se La bestia nel cuore di Cristina Comencini è stato un microchoc, mi ha insegnato a vivere le difficoltà del copione come un vantaggio».
Il film le è valso anche un Nastro d’argento e un David di Donatello. Una tappa o l’apice della sua carriera?
«Dopo tre giorni è tornato tutto uguale a prima. I complimenti nascondono tentazioni».
Dal 19 dicembre la vedremo al cinema ne Il cosmo sul comò con Aldo, Giovanni e Giacomo.
«E lunedì inizio a girare Arrivano i mostri di Enrico Oldoini. Compaio negli episodi con Panariello e Bisio e in scene corali con Abatantuono e altri, per cui il trucco ti cola dal ridere già prima di entrare in scena».
La sua agenda l’abbiamo sfogliata tutta?
«Manca Stefano Benni. Vorrei combinare qualcosa insieme in teatro, è da un po’ che lo tormento».