Mamme che uccidono, il racconto di chi le ha incontrate

La vita delle donne condannate a scontare la loro pena nell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere descritta in un libro: le loro storie, i mariti spesso distratti, la malattia, il delitto

Enza Cusmai

In quella grande sala si ritrovano per bere il tè. Qualcuna lo sorseggia chiacchierando con le altre. Una di loro se ne sta in disparte. Lo sguardo assente, come se davanti a lei ci fosse un baratro. La sua tazza del tè ormai freddo posata sul tavolino. A movimentare la scena surreale, «lady Tavor», una vecchietta arzilla che un tempo si divertiva a versare il sonnifero nelle bibite delle amiche per poi rubar loro gioielli e denaro. Nulla di personale, questi soldi servivano a placare la sua sete di gioco, davanti ai tavoli della roulette. Ma l’ex incallita giocatrice è solo una comparsa nell’agghiacciante affresco della sala del tè dell’ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere. Le sue compagne di ricreazione sono criminali in attesa di giudizio o già condannate a trascorrere almeno 10 anni della loro triste esistenza nel manicomio. Sono «mamme assassine». Una definizione da brivido che introduce il libro scritto dalla giornalista del Tg1, Adriana Pannitteri, che racconta il suo viaggio dentro quel girone infernale e le chiacchierate con le ex mamme. Le tratteggia con garbo. Delicatamente. E in effetti, queste donne sembrano angeli feriti più che perfidi diavoli.
Prendiamo Manuela (è un nome di fantasia, per richiesta della scrittrice) 33 anni, buone letture, un lavoro da ragioniera. Occhi sgranati, minuta, il corpo pieno di cicatrici. Il coltello, prima rivolto contro l’amata bambina di quattro anni, non è riuscito a spezzare la sua infelice esistenza. È stata tra la vita e la morte per diverso tempo, poi l’uscita dal coma e la consapevolezza del suo orribile gesto. Non del tutto inaspettato. «Soffriva di depressione, già prima della gravidanza - racconta Pannitteri - qualche volta si era presentata dallo psichiatra che le aveva prescritto farmaci, niente di più. E lei stava sempre peggio. I vicini l’avevano persino portata dal parroco, ma nessuno capiva quanto stava male». Eppure dovrebbe preoccupare una mamma che ha continue crisi di pianto, che cade nel panico per un po’ di pioggia che potrebbe allagare la città e impedirle di arrivare dalla sua bambina, che sogna ipotetici pedofili sempre pronti ad abusare della piccola. E vien da domandarsi: dov’era il marito? «Mi ha raccontato di essere sempre stata molto sola» ricorda la scrittrice. Manuela e sua figlia, niente altro al mondo. «Mi ha raccontato il momento della sua terribile decisione. Erano tutte e due nel lettone, lei ha stretto forte forte la sua bambina. E in quel momento ha deciso di ucciderla e uccidersi. Le sembrava l’unica strada da percorrere per sfuggire all’angoscia di vivere». Ora Manuela, dieci anni da scontare per infermità mentale, parla della sua bimba, la ricorda con dolcezza: «Era una bella bambina - racconta - potevamo fare qualche discorsetto insieme, le facevo il bagnetto, sceglievamo insieme il sapone profumato. Ora non ce l’ho più, perché io l’ho uccisa e non posso più tornare indietro». Manuela è una donna spenta. I suoi occhi si velano di lacrime quando pensa che non potrà mai più diventare madre. Il marito le sta vicino? «No, è sparito - spiega Pannitteri -. Le ha scritto un paio di lettere e poi non si è più visto. Purtroppo queste donne vengono sistematicamente abbandonate da chi gli stava vicino».
Com’è accaduto a Simona, quella che annegò i due bambini, 21 giorni e quattro anni, in un laghetto in Val d’Aosta. «Dopo la tragedia ha incontrato il marito una sola volta, in ospedale. Era impaurito, se ne stava incollato alla parete, aveva paura di essere aggredito». L’uomo continuava a ripeterle perché avesse ammazzato i suoi bambini. Ma era un compagno distratto. Sempre al lavoro e nel tempo libero, nei campi. Ora la donna del lago si dedica al giardinaggio, alle piante del manicomio. Rifiuta il contatto con le persone. Non dialoga, non si confida. È una donnona bionda, occhi chiari e si nasconde dietro un’apparenza di normalità. È persino uscita dall’ospedale per incontrare il padre e la madre. «È andata bene» ha raccontato alla Pannitteri «quando uscirò di qui mi troverò un lavoro». E forse anche un altro marito con cui fare degli altri figli.
Non ha ambizioni di alcun genere, invece, Iadranka, macedone, sulla quarantina. A lei basta scrivere poesie, il resto è da cancellare. Come quelle trenta coltellate con cui ha massacrato i suoi figlioli di quattro e sei anni. Li hanno trovati in cucina, in un lago di sangue. La donna ora è in attesa di giudizio. Ma che fosse depressa era chiaro a tutti. Sposata con un barista italiano, era sbarcata nella nostra penisola piena di belle speranze. È finita a fare la casalinga frustrata. Certo non basta la solitudine a spiegare quel gesto orribile. «Aveva avuto un’infanzia di qualche storia di violenza, ma non è ancora emersa in sede di terapia». Iadranka recita le sue strofe e si limita a dire amaramente: «In Italia alle straniere chiedono solo di fare le pulizie». Lei aveva altre ambizioni. Donne spezzate dentro. Come quella Maria Patrizio, la mamma che ha annegato il suo bambino di quattro mesi in una vaschetta. «Era nella sala del tè insieme alle altre. Minuta, pelle e ossa e i brufoli sul viso - racconta l’autrice -. Aveva il capo chino e lo sguardo spento. Nulla a che fare con l’immagine della vamp che tutti noi giornalisti abbiamo descritto dopo la tragedia».
Anche Patrizia Minardi è passata di lì, ma solo per poco. Secondo i giudici non è un’inferma di mente. dunque merita il carcere. La ragazza ventenne ha ucciso il suo bambino appena nato e poi l’ha chiuso nell’armadio. Come un vestito usato. Una scena da film dell’orrore, raccontato come tanti altri episodi, in questo doloroso libro scritto da una «cronista di nera» toccata da un’esperienza personale di depressione. Pannitteri sa cosa significa convivere con la malattia. «Se queste donne avessero avuto cure adeguate non sarebbero arrivate fin qui. Nell’ospedale c’è una buona assistenza, fanno lavorare le pazienti. Ma non è un’assistenza supportata da terapie. Queste donne vengono supportate solo con i farmaci. A volte sono necessari. Quando entrano in crisi. Urlano, sbattono la testa contro il muro, tirano fuori tutto il dolore del mondo». Le madri assassine sanno di essere delle diverse. Senza speranza. «Qui siamo tutte uguali, si domandano spesso le più lucide, ma quando saremo fuori da qui che succederà?».