Il manager dei musei? Che bello se l’arte profuma d’economia

I musei – e, in generale, l’intero patrimonio artistico italiano – sono un bene prezioso per il mondo e per il nostro Paese (e ben venga, fra l’altro, la recente proposta del ministro Sandro Bondi di realizzare in Italia una “Davos” della Cultura mondiale). È indubbio che questo patrimonio debba essere tutelato in ogni modo, e per questo abbiamo eccellenti direttori di musei e sovrintendenti preparatissimi, ognuno nel proprio settore di competenza. Ma di certo non è comune la figura di un esperto d’arte dotato di capacità manageriali e imprenditoriali. E non è pensabile che tutto il bendiddio di cui disponiamo in oltre quattromila musei sia privo di una gestione organizzativa e di marketing, capace di valorizzare al massimo i nostri tesori. Un semplice dato basterà a chiarire la gravità del problema: nessun museo italiano è fra i dieci più visitati al mondo, benché disponiamo di un flusso turistico enorme, nonché di beni artistici in quantità e qualità superiori a tutto il resto del mondo messo insieme: la Galleria degli Uffizi, il nostro museo più frequentato, è al ventunesimo posto.
Proviamo per un attimo a toglierci la puzza che ci aleggia sotto il naso ogni volta che si paragona la cultura a qualsiasi altro prodotto: se un’industria avesse una catena distributiva capillare, con i prodotti migliori, e tuttavia non facesse buoni affari, tutti diremmo che ha un problema organizzativo e di marketing. È ciò che deve avere pensato il ministro Bondi decidendo di affidare una direzione generale del suo ministero a un manager che professionalmente non ha mai avuto a che fare con l’arte.
Non conosco il prescelto, Mario Resca, ma ho letto il suo curriculum fitto di successi in aziende pubbliche e private. Il suo compito non sarà interferire con scelte culturali, bensì razionalizzare il sistema museale: dalla messa in sicurezza degli edifici all’organizzazione del personale. Resca dovrà inoltre creare nuovi posti di lavoro e coinvolgere sponsor privati, censire tutto quello che giace nei magazzini, collegare il turismo a una maggiore fruizione culturale eccetera... Insomma, dovrà avviare un’azione di marketing indispensabile alla valorizzazione di qualsiasi prodotto, sia pure il più nobile.
Pochi intellettuali – sia a destra sia a sinistra – sono intervenuti per difendere la scelta del ministro, mentre molti si sono lamentati per la dignità della cultura offesa dalla contaminazione con la managerialità (e su questa linea si pone anche la raccolta firme dell’associazione «Bianchi Bandinelli» contro la riforma dei Beni culturali voluta da Bondi). C’è stato persino chi ha sostenuto che i beni culturali non devono essere intesi come una risorsa – anche - economica. È un modo singolare e, purtroppo, antico di vedere la cultura e l’economia: ricorda quegli affreschi, quei dipinti medievali e rinascimentali di cui sono pieni appunto i nostri musei e le nostre chiese: «il mercante», giudicato colpevole di per sé, in quanto mercante, viene torturato da demoni che – in genere – lo costringono a ingoiare oro fuso.
Questa visione arcaica e religiosa del rapporto arte/economia viene riproposta identica da chi disapprova che un manager - il quale di recente si è occupato di una grande catena alimentare e di casinò - possa ora occuparsi di Leonardo e di Piero della Francesca. Eppure, con una contraddizione palese, tutto il mondo delle cultura si appresta a celebrare il centenario del futurismo: che non intendeva affatto distruggere i musei, come provocatoriamente dichiarato e come Martinetti ha poi sempre smentito. Martinetti voleva invece, con genio visionario e avveniristico, mettere l’arte a disposizione di tutti, proprio come un prodotto di consumo. Ci riuscì, con la sua avanguardia, prima scoprendo talenti che avrebbero prodotto capolavori, poi imponendoli all’opinione pubblica (e al mercato) con un’azione di marketing di cui capì per primo l’importanza e la necessità anche nella vita artistica.
Benvenuto, dunque, a Resca: in base al principio che la cultura per la cultura è una cosa, l’azione per la cultura è un’altra, non meno importante e delicata. Che si faccia azione per la cultura è di per sé un fatto culturale di cui compiacersi, se si vuole guardare avanti e non oziosamente indietro.
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