Manager e poltrone, a Lega ai ferri corti bacchetta l’assessore

Le nomine dei direttori generali agitano il Carroccio. Boni attacca Bresciani: "No a logiche di spartizione"

E ora vien fuori che gli equilibri all’interno della Lega non sono poi così stabili. A una settimana dalle nomine dei manager della sanità, è il presidente del Consiglio regionale Davide Boni a bacchettare il suo collega Luciano Bresciani: «Un bel tacer non fu mai scritto» gli manda a dire. Tradotto: poteva tenersi per sé le dichiarazioni sulla storia dei direttori generali scelti in proporzione ai voti elettorali. Dopo il gelo di ieri, ci si poteva aspettare che fosse il presidente Roberto Formigoni, a dir poco furente per quell’uscita, a chiedere la testa di Bresciani. Invece la strigliata arriva da uno dei suoi. «È ovvio - spiega Boni - che nelle nomine c’è un rapporto fiduciario, la simpatia non può essere il criterio fondamentale ma non si può istituzionalizzare una logica di spartizione nelle nomine».
Eppure è proprio facendo leva sul 26,2% dei voti presi delle scorse elezioni che la Lega ha osato chiedere 18 poltrone (sulle 45 da assegnare) più altre due per l’anno prossimo, quando scadranno i direttori delle quattro fondazioni ospedaliere. E su questo aspetto tutti i leghisti sembrano essere d’accordo.
Quello sulle nomine tuttavia non è l’unico episodio che porta alla luce rapporti scricchiolanti all’interno del Carroccio in tema sanità: solo qualche settimana fa il capogruppo regionale Stefano Galli, che dichiarò di aver ricevuto una tangente da 15mila euro per introdurre il servizio TeleOspedale nei reparti, ha portato all’apertura di un’inchiesta che ha coinvolto altri persone in Regione, tra cui uno stretto collaboratore dell’assessore Bresciani.
«Evidentemente - commenta il capogruppo del Pdl, Paolo Valentini - non è tutto oro quello che luccica e i leghisti non sono così monolitici come vogliono apparire. A prescindere dalla vicinanza dei direttori generali ai partiti, ci sarà un grande rimescolamento tra le poltrone: un po’ di aria nuova fa sempre bene». La tensione tra Formigoni e Bresciani non si allenta, anche se entrambi cercano, almeno formalmente, di abbassare i toni della polemica. «Non creiamo una tempesta in un bicchier d’acqua - sostiene Formigoni -. Governo la regione da 16 anni in perfetto accordo con i miei alleati e con i vertici della Lega». Luciano Bresciani, che ieri mattina avrebbe dovuto sedere al fianco di Formigoni a un convegno organizzato al Pirellone dall’Aiop, non si è presentato all’appuntamento. Ma, dal suo ufficio, chiede «di passare dalle parole ai fatti». Anche se ieri hanno preferito non incrociarsi, nei prossimi giorni Formigoni e Bresciani non potranno astenersi da un confronto: «il presidente - sottolinea l’assessore - nominerà i direttori generali solo dopo aver sentito l’assessore: lo vuole la legge». A poco servono gli inviti del vicepresidente dell’aula Filippo Penati a impedire che Bresciani abbia qualche ruolo nelle nomine. Dal canto suo l’assessore precisa meglio quanto già dichiarato sul peso delle quote politiche nell’assegnazione delle poltrone. Senza tornare sui suoi passi: «Il volume del voto - spiega - determina i direttori generali proposti dalla maggioranza in quote relative a quanto espresso dal cittadino: questa è l’essenza del federalismo».