Ma il manager non cede Il braccio di ferro in cda

da Milano

L’idea è quella che si andrà a un braccio di ferro. L’amministratore delegato di Capitalia, Matteo Arpe, non sembra intenzionato a dimettersi e fino a ieri sera i suoi collaboratori lo davano chiuso nel suo ufficio a preparare la relazione del bilancio 2006 al cda di domani e alla comunità finanziaria di venerdì, con un utile netto atteso oltre i 1.100 milioni di euro dai 1.028 del 2005. Come se niente fosse.
Il punto è che le dimissioni, che in queste ore sono state richieste ad Arpe da vari soggetti tra i quali ci sarebbe anche il presidente del patto, Vittorio Ripa di Meana, non sono state motivate. Lo si capisce anche dal comunicato della banca, chiesto da Consob, che informa il mercato della richiesta di revoca dei poteri dell’ad, aggiungendo alle fine che «non sussistono ulteriori informazioni al riguardo». E questa appare la linea che Arpe intende tenere per resistere nel braccio di ferro.
Il 42enne ex enfant prodige di Mediobanca, andatosene da via Filodrammatici per dissapori con l’ad Vincenzo Maranghi, è approdato alla corte di Geronzi nel 2001, divenendo l’artefice del risanamento della banca. Il cui titolo è passato da 1 a 7 euro, in sei anni. E fino a qualche tempo fa l’equilibrio con il 71enne presidente romano sembrava solido: a Geronzi la strategia, ad Arpe la gestione. Ma le due interdizioni che i giudici hanno imposto a Geronzi lo scorso anno, in pieno risiko bancario, hanno spezzato questo filo fino a mettere in forse il rapporto fiduciario da parte di Geronzi.
Fiducia, appunto. Una questione sottile, se si vuole. E non è un caso che il presidente abbia deciso di affrontare il problema nella sede del patto, con i suoi 17 grandi soci, Arpe assente. Un patto che, grazie al recente riavvicinamento con gli olandesi di Abn, è di gran lunga vicino allo stesso Geronzi. La cui relazione, si è saputo ieri, sarà un elenco di situazioni nelle quali Arpe non avrebbe rispettato le regole «scritte» e soprattutto «non scritte» delle banche.
Poi però la parola finale toccherà al cda. E qui Arpe aspetta una sola cosa: che gli altri 19 membri del board gli spieghino perché gli vogliono togliere le deleghe. Ben sapendo che la decisione del cda, a differenza di quella del patto, impegna tutti i soci del gruppo, non solo i più grandi e, come tale, responsabilizza non poco i consiglieri. I quali devono come minimo sapere su che cosa sono chiamati a deliberare.