Il manager «umbro» che ha perso la sfida impossibile

Chrysler era una volta «Big», anche se è sempre stata la più «piccola» del celebrato terzetto. Fagocitata con uno strascico di polemiche dai tedeschi della Daimler nel ’98 (da cui ha divorziato nel 2007), Chrysler è stata oggetto di più rilanci. Determinante è stato quello portato a termine, subito dopo le nozze, da Dieter Zetsche, uno dei pochi tedeschi a essere riuscito a farsi amare dagli yankee, attuale numero uno della Daimler. Chiuso il capitolo Stoccarda (mossa sicuramente tempestiva quella dei tedeschi di cedere la casa Usa prima che scoppiasse il pandemonio), Chrysler è stata acquisita dal fondo Cerberus. Ai vertici sono così arrivati due italo-americani (Bob Nardelli e Tom LaSorda), affiancati da Jim Press, il «guru» strappato a suon di milioni alla Toyota. Press è l’uomo che ha portato i giapponesi a scavalcare Gm e Ford negli Usa. Nardelli, di origini umbre, presidente di Chrylser, non è un puro dell’auto. In passato ha lavorato alla General Electric e, quindi, ha guidato la Home Depot, una sorta di Ikea a stelle e strisce da cui è uscito, dopo aver fatto volare il fatturato, con una liquidazione (dicono) di 200-300 milioni di dollari. Nardelli, che lavora a stretto contatto con il «siculo-americano» LaSorda e Press, è considerato «un decisionista, nemico degli “yes men” e dotato di autorità e autorevolezza». Nei mesi scorsi ha cercato invano le nozze con Renault Nissan. La sua colpa, forse, è quella di aver accettato una «mission impossible».