Manca di coerenza l’«Aida» diretta da Oren

da Verona

Aida così così, all'Arena. Acclamata, s'intende, come accade quando c'è poco da pensare e qualche effetto kitsch da vedere. Ma anche pochissimo che faccia venir voglia di raccontare. Si parla di rinnovamento e poi c'è sempre Daniel Oren sul podio, e da lì partono ordini e agitazioni, non ripensamenti o stimoli nuovi.
Non si sente uno stile comune, una coerenza di linguaggio fra i cantanti: fra Hui He, Aida che dà il meglio nei momenti di squisitezza lirica, Marco Berti, Radames che ha i suoi punti di forza in un fraseggio saldo e vigoroso, e Marianne Cornetti ed Ambrogio Maestri che sono così diversi quando provano con accurata coerenza da quando vengono immessi senza troppe preoccupazioni, non si avverte quel respiro comune che caratterizza le esecuzioni vive.
E non dà segni convincenti la regìa di Giampiero Solari, con la scenografia di bassi volumi e caldo suggestivo color mattone scuro affidata a Sergio Tramonti, che sembra posata provvisoriamente nello spazio dell'Arena, mentre fasci di luce percorrono scena, pubblico e cielo disegnando piramidi ma solo per chi lo sa. Scena come un sito archeologico, qualche sarcofago posato alla rinfusa come un avanzo di memoria; coro imperdonabilmente con vecchia idea su gradoni come spettatore. Una fila di elefantoni bidimensionali ammantati e appesi come panni ad asciugare. Un Nilo con consueti gorgoglii di luci. Danze, impacciate per esser troppo disinvolte, curate da David Pearson. Bisognerebbe che, per il mestiere di regista, come per tutti gli altri, si chiedesse una preparazione specifica adeguata: e si desse un numero adeguato di prove sceniche; altrimenti il regista alieno rischia di scoprire con entusiasmo cose ovvie e di non trovare la misura per le sue più interessanti. Cioè di assomigliare a quell'autore che portò una sua partitura a Rossini e si sentì rispondere: «C'è del bello e del nuovo; ma il bello non è nuovo e il nuovo non è bello».
C'è comunque in quest'Aida un impegno serio e affettuoso, nessuna dissacrazione o stramberia escogitata per far parlare, virus che alligna fra i mediocri e i loro complici. Contro di loro si lanciava Zeffirelli nei suoi anni più fecondi, e adesso invece si scaglia contro chiunque non sia Zeffirelli. Ma non è un tempo in cui manchino i grandi registi, intensi, profondi, veri interpreti della partitura e della drammaturgia: un Carsen, un De Ana, un Vick, un Krief, un Macdaff, ad esempio: piuttosto, non si lasciano crescere gli italiani e in genere i giovani interessanti, con la mania dei vecchi grandi nomi e la pletora di raccomandati per ogni via.
In un'Italia vecchia è difficile per i dirigenti accettare la possibile vera vita dell'opera, così antica, così sempre nuova. Eppure basta essere in alto sulle gradinate piene di folla e ascoltare i discorsi del pubblico, e si misura la forza della passione e la responsabilità di rispondere all'attesa.