Manca un impegno forte per la crescita economica

Dare un giudizio compiuto su una manovra economica senza aver letto nei dettagli gli oltre cento articoli di cui è formata può sembrare, e in parte lo è, un azzardo. Non lo è, però, se si tien conto delle bozze del documento di programmazione già in circolazione. Le note positive già messe in risalto da molti sono innanzitutto la scelta di anticipare di alcuni mesi la vera sostanza della legge finanziaria, la liberalizzazione dei servizi locali e la riforma della pubblica amministrazione. Per quest'ultima, poi, la lettura delle norme è fondamentale per capire la loro praticabilità. Su queste riforme e su altre grava però un'ombra lunga che si staglia sull'intera manovra economica. Da molto tempo sosteniamo che la vera emergenza che ci sta di fronte è la bassa crescita che affligge il Paese ormai dal 1995. Anche quest'anno se tutto va bene l'Italia crescerà solo dello 0,4-0,5%, a fronte dell’1,5% dei Paesi della zona euro. Di questa emergenza sembra, però, che la manovra economica si interessi poco o niente a guardare gli obiettivi programmatici che il governo si pone in termini di crescita, pressione fiscale e risanamento della finanza pubblica.
È lo stesso governo, infatti, a spiegarci nel Dpef che il suo obiettivo programmatico è una crescita che va dallo 0,9% del prossimo anno all'1,5% del 2011 con una media nel triennio dell'1,2%. La metà esatta del tasso di crescita del '95 e del 2001 e di quella dei Paesi dell'eurozona. Se questo è, dunque, l'obiettivo programmatico del governo è segno che siamo davvero lontani anni luce da ciò che occorre al Paese tenendo conto, tra l'altro, che negli ultimi due anni l'Italia è cresciuta rispettivamente dell'1,9% e dell'1,6%. Allora delle due l'una. O il governo è il primo a non credere alla propria manovra o per prudenza, fa previsioni inesatte. In entrambi i casi il dibattito parlamentare dovrà fare chiarezza. Inoltre ciò che non torna è l'insieme del quadro programmatico che ci offre il governo. Con una crescita così bassa come potranno realizzarsi gli obiettivi di finanza pubblica, primo fra tutti il pareggio di bilancio nel 2011? Il ministro Tremonti ci risponderà che con la manovra verrà tagliata la spesa corrente al netto degli interessi intervenendo sugli enti locali, la pubblica amministrazione e la sanità, lasciando, nel contempo, inalterata, la pressione fiscale al 42,9% (ma le tasse non dovevano diminuire?). Risparmiare in questi tre settori citati quasi 10 miliardi di euro nel triennio è cosa però tutta da verificare. Inoltre i dati della crescita, del deficit e del debito contenuti nel Dpef sono tra loro incongruenti. Infatti senza un contestuale rilancio dell'economia attraverso un rafforzamento della domanda pubblica e privata e una successiva nuova politica dell'offerta, ogni taglio di spesa dà un input recessivo che a sua volta innesca un circuito perverso di ulteriore rallentamento della crescita, di una caduta del gettito tributario e quindi di una maggiore difficoltà nelle politiche di risanamento.
Naturalmente aspetteremo di leggere nel dettaglio le norme varate, ma se gli effetti complessivi sono quelli citati difficilmente il giudizio potrà cambiare. E ancora, se il governo con apprezzabile spirito solidale vuol dare a un milione e 200mila italiani indigenti 400 euro l'anno per il cibo e le bollette, perché mortificarli con la «carta della povertà» piuttosto che dar loro 40 euro in più al mese nelle pensioni? L'operazione costerebbe meno e avrebbe un tratto di signorilità politica che di questi tempi non guasta. Attenti, infine, a non dare la sensazione che il miglior socio di sceicchi e petrolieri sia lo Stato. Senza intervenire sulla pressione fiscale della benzina e del gasolio per ridurre il prezzo alla pompa, finiremmo per avere un effetto paradosso: più aumenta il prezzo dell'oro nero più aumentano gli incassi dello Stato per l'Iva, più aumenta l'Ires sugli utili dei petrolieri più aumenta il gettito tributario del settore senza, però, che a famiglie e imprese venga restituito qualcosa con una riduzione del prezzo. Sarebbe un disarmo allarmante nella lotta all'inflazione spinta in su proprio dai prodotti energetici e dalle loro conseguenze su elettricità e quant'altro.