Manca l’attualità ma è un programma da «teatrone»

A quante rappresentazioni andrei alla Scala, se dovessi comperarmi il biglietto? Questa è la prima domanda della serie, nei criteri per valutare una stagione. Leggete e rispondete. Credo non il 100 per 100, ci sono gradi di passione e ci sono anche allergie e ignoranze. Però, a fare il confronto con gli altri anni delle ultime annate, credo che la percentuale alla fine sarebbe vincente. È una stagione da teatrone, zeppa di titoli fascinosi e di nomi importanti. E le offerte son tante.
C’è la rappresentanza, anzi, di quasi tutto quello che uno s’aspetta e desidera di ascoltare e vedere, i grandi autori, i cantanti migliori o almeno nel gruppo dei migliori, anche se ne mancano altri di non minor levatura. C'è anche qualche idea brillante, a cominciare dall'apertura ufficiale nell'anteprima dell'opera inaugurale il 4 dicembre, aperta agli studenti. Non che non esistesse tante altre volte una prova generale aperta a teatro pieno; ma questa ha un suo crisma, un riconoscimento avveduto che fa immagine e che definisce una strategia futura, sempre che non venga contraddetta dall'eccessivo peso dei prezzi. C’è finalmente l’entrata ufficiale del Barocco nel repertorio della Scala, meglio tardi che mai, e con fiducia data a direttori brillanti di moderna scuola, anche se la loro specialità non è quella di respirare opera. Finalmente, poi, la direzione e le regìa hanno preso un livello internazionale di grande prestigio.
È insomma quello che un grande impresario come monsieur Lissner può garantire: una rassegna di molto del meglio che c'è in giro. Che cosa invece manca? Un po’ d'identità. L'internazionalità della Scala nel mondo non è un fatto di cucina internazionale. Va bene recuperare Janacek e Britten e anche Pizzetti nella sua opera di maggiore spessore drammaturgico, purché non ci vengano fatti passare come opere del nostro tempo: il Novecento è sepolto, come gli altri secoli passati. Ma il pubblico di tutto il mondo viene qui per Bellini, per Puccini e Donizetti. Si tratta di radici su cui costruire e farsi riconoscere.
E poi manca proprio l'opera del nostro tempo. Se la Scala non invita gli autori a scrivere, chi deve farlo? Certo, ci vorrebbe di nuovo una Piccola Scala, per allevarli. E poi, chi li alleverebbe? I dirigenti musicisti non sembrano abbondare. E qui, un altro discorso si aprirebbe.
Però insomma l'agenda degli appuntamenti è piena: un certo senso di buon godimento accompagna il pensiero della stagione che ci aspetta. Prosit.