Ma gli mancano le armi forgiate da Vulcano

Da Pinturicchio ad Achille, il passo storico a ritroso è lungo. Troppo lungo, per l’ormai incerto zampettare del prode Alex. Un tempo, secoli fa (calcisticamente parlando), il fantasista bianco-azzurro-nero accettò di buon grado, da Casa Fiat, l’etichetta che lo equiparava al pittore vissuto fra Quattro e Cinquecento: era un omaggio alla pulizia del tocco e all’eleganza dell’incedere. Ieri, invece, la faccia più pulita dell’universo juventino ha messo giù un broncio lungo come la catena di Sant’Antonio (Giraudo) di intercettazioni telefoniche moggiopoliche. E ha deciso di attaccare lancia in resta, autoappiccicandosi un nuovo soprannome: quello altisonante del mitico eroe figlio di Pelèo e Teti.
Annusata la mefitica aria della panchina, Del Piero è sbottato: «Sono stato in silenzio perché spesso mi ritiro sulla collina a riflettere e concentrarmi proprio come faceva Achille...». Mentre Totti, nel derby dei trequartisti italici e non achei, si dichiara «al 70 per cento», Alex gonfia il petto e afferma d’esser pronto ad assaltare il Ghana-Troia. In questa vicenda manca però un Patroclo, l’amico intimo di Achille che Ettore fece fuori e la cui morte spinse il re dei Mirmídoni a rompere gli indugi per affrontare il nemico nello scontro decisivo. E, soprattutto, le armi micidiali forgiate da Vulcano per l’ex semidio di Conegliano sono ormai spuntate.
Narra la leggenda che quando Teti interpellò il Destino per conoscere il futuro del figlio, la risposta fu: ci sono due possibilità, o una vita lunga e senza meriti, o una morte gloriosa. Ovviamente Achille anticipò la mamma e scelse la seconda. Morale: augurando ad Alex di giocare altri cento anni in serie A (o 1 in serie B e 99 in A) per poi godersi una pensione di almeno altri cento anni, gli consigliamo di cambiare etichetta. Lasci stare Achille e si tenga stretto Godot. In altri termini: aspetti e speri.