«Mancano magistrati a Milano? Sono del Sud e tornano a casa»

Due posti, nessun aspirante. La Procura di Milano, dove ai tempi di Mani Pulite i giovani magistrati di tutta Italia sgomitavano per arrivare, fa i conti per la prima volta con la crisi delle vocazioni. I posti che il Csm ha messo a concorso sono rimasti senza aspiranti. Ma il procuratore capo, Edmondo Bruti Liberati, dà di questo inedito fenomeno una lettura decisamente diversa da quella che ne hanno fornito agenzie di stampa e giornali, secondo cui il buco sarebbe «colpa degli eccessivi carichi di lavoro» milanesi, che spaventerebbero i neomagistrati, convincendoli a scegliere sedi di lavoro più confortevoli. La spiegazione che dà Bruti è un’altra: ancora oggi, le statistiche dicono che a entrare in magistratura sono soprattutto giovani dell’Italia centrale e meridionale. I quali, appena possono, cercano di tornare a lavorare vicino a casa. «E infatti le sedi giudiziarie delle grandi città da Roma in giù sono affollate di pretendenti».
È un fenomeno meno marcato che in passato, quando trovare un magistrato con l’accento del nord era un’eccezione: ma i settentrionali con la toga continuano ad essere una minoranza. «E ancora più netta - spiega ieri Bruti in una conversazione informale - è l’incidenza dei lavoratori provenienti dal sud tra le fila del personale amministrativo. Cancellieri e impiegati appena possono chiedono anche loro di essere trasferiti nelle zone d’origine. Le conseguenze per la Procura milanese sono catastrofiche: se il vuoto d’organico tra i magistrati è intorno al 10 per cento, tra il personale amministrativo siamo intorno al 34 per cento. In pratica ogni tre posti ce n’è uno scoperto. È questo, più della carenza di magistrati, a condizionare pesantemente l’efficienza della Procura».
Sulla carta, in Procura a Milano dovrebbero lavorare ottantuno pubblici ministeri, in realtà ce ne sono 75. Il buco c’è, insomma, ma non può essere considerato una voragine. E non è vero che nessuno abbia chiesto di venire a Milano: ma gli aspiranti si sono scontrati con le nuove norme che rendono più difficili i trasferimenti da una sede all’altra. Resta il dato più evidente, e forse più difficile da spiegare: perché ai giovani milanesi la carriera di magistrato risulta poco appetibile? Perché la parte preponderante degli aspiranti continua a venire dal centro e dal sud?
La risposta più scontata potrebbe essere: perché si guadagna poco. Se alla fine della carriera i magistrati arrivano a stipendi assolutamente rispettabili («alla fine guadagno più di un primario che fa il tempo pieno», racconta Bruti) nei gradini iniziali lo stipendio da magistrato può risultare interessante per un giovane del sud, dove la vita costa meno e le chance professionali sono scarse. A Milano, invece, lo sbocco naturale di chi esce dalla facoltà di Giurisprudenza è il mestiere di avvocato: dove l’incertezza è maggiore, ala concorrenza è tanta, ma se si riesce a sfondare si raggiungono livelli di reddito che surclassano quelli dei giudici.
Resta una curiosità: è vero che i giudici a Milano sgobbano così tanto da terrorizzare i neolaureati? E che negli altri palazzo di giustizia i ritmi sono più rilassati? Su questo Bruti non si sbilancia, «fare dei confronti è sempre difficile». La realtà, come sa chiunque bazzichi il Palazzaccio, è che sono ben pochi i magistrati presenti in ufficio per più di sette o otto ore al giorno. Insomma, quanto a stress c’è in giro probabilmente di peggio.